sabato 23 aprile 2011

Sabato santo: tra croce e tomba vuota

Il Sabato Santo è per eccellenza il giorno dell'attesa.
Lo spazio tra la croce e la tomba vuota, tra la morte e la vita piena!

Mi hanno profondamente colpita due immagini di questi giorni.
La prima, è il volto bendato ed insanguinato di Vittorio Arrigoni, il volontario italiano ucciso a Gaza.
La seconda è l'altare della mia chiesa spoglio di ogni ornamento durante il Venerdì Santo, con al centro solo il Crocifisso e un drappo rosso.

La prima immagine mi ha richiamato alla memoria la scena di Gesù nel Pretorio, coronato di spine, bendato e schiaffeggiato. Ho pensato a quanti, per tentare di rendere realtà il sogno di un mondo più giusto e solidale, subiscono ingiustizie e violenze. Gesù stesso è stato vittima della violenze di chi lo riteneva un intralcio ed un pericolo per i propri interessi ed obiettivi.
La seconda immagine mi ha fatto sentire la voragine che si sperimenta quanto il bene, coi suoi strumenti pacifici, soccombe al male e alla violenza.
Sembra che il bene seminato sia stato vano e che tutto sia perduto.

A cosa è servito l'impegno di Vittorio se, come sembra, alcuni tra quelli che lui aiutava lo hanno ucciso?
A cosa è servito predicare la buona novella, sanare i malati, se poi Gesù è stato rifiutato proprio dai suoi?

Eppure, in una maniera paradossale e scandalosa si ripete anche nelle nostre vite il mistero pasquale di morte e risurrezione che ha sperimentato Gesù!

La solidarietà e l'amore di Vittorio per un popolo sofferente sono stati amplificati dalla sua morte, e anche dalla testimonianza piena di dignità della sua mamma. Esperienza pasquale di un amore che non si ferma di fronte alla morte ma che, anzi, si espande non più trattenuto dal limite umano.

Di questa Pasqua voglio ricordare questa riflessione: una vita vissuta per amore, donata agli altri, è una vita eterna perché sa superare i limiti umani compreso quello estremo della morte.

Buona Pasqua a tutti!

venerdì 18 marzo 2011

Che fine ha fatto il giardino dell'Eden?

Vedendo le immagini che arrivano in questi giorni dal Giappone, ho ripensato al versetto 15 del capitolo 2 del libro di Genesi:
Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.
Per la Parola di Dio l'umanità ha, verso la creazione, questi due compiti: coltivarla per renderla sempre più bella e armoniosa, e custodirla per consegnarla come dono prezioso alle generazioni future.


Anche un'altra riflessione mi è venuta sentendo le affermazioni di chi, pur di fronte all'immane tragedia che si sta verificando, insiste ancora a parlare di nucleare come scelta ragionevole.

Sempre nel libro di Genesi nei capitoli 37 e seguenti è narrata la storia di Giuseppe l'ebreo che, venduto come schiavo dai fratelli, dopo varie vicissitudini arriva al cospetto di Faraone per interpretarne i sogni delle sette vacche e delle sette spighe (Gen 41).

Giuseppe preannuncia a Faraone la carestia in Egitto.

Faraone non si lascia condizionare dal pregiudizio verso Giuseppe, schiavo e carcerato, né dalla presunzione di pensare impossibile una carestia in Egitto, paese della fertilità.

Faraone, responsabile verso il suo popolo, ascolta i consigli di Giuseppe evitando così la fame e la morte alla sua gente.

Di fronte alle immagini della centrale nucleare di Fukushima ho ripensato a quante volte scienziati, ambientalisti, persone di buona volontà hanno gridato ai faraoni di oggi il rischio tremendo a cui scelte sbagliate esponevano la terra e il futuro delle nuove generazioni. A come spesso questi novelli Giuseppe sono stati derisi e considerati portatori di inutili allarmismi.

L'ostinazione dei potenti di oggi fa chiudere loro gli occhi anche davanti alla constatazione del disastro.
Faraone, che era considerato un dio, si è lasciato convincere da un carcerato prima di vedere la carestia... lui!