mercoledì 26 ottobre 2011

Dei tipi eccentrici

Non è la religione che salva: non è la legge, il tempio, la circoncisione; non sono i sacramenti, la Messa, i rosari, i pellegrinaggi, le indulgenze, la Bibbia. Ciò che salva è la coscienza pura e la vita buona che ne consegue, è l'adesione incondizionata dell'anima al bene, alla verità, alla giustizia. Tutto il senso della predicazione di Gesù sta qui, nel togliere dal centro la religione e nel porre al suo posto la coscienza autentica (vedi Luca 18, 9-14).

Il brano citato è tratto dal libro di Vito Mancuso “L'anima e il suo destino”, Raffaello Cortina Editore, 2007, pag. 176.

Questo autore mi affascina per la freschezza con cui sa parlare di fede, invitando i suoi lettori ad assaporare il gusto di una vita da discepoli autentici del Maestro Gesù.

Ho collegato questa sua frase al Vangelo di domenica scorsa nel quale Gesù spiega all'esperto della legge, che lo interroga per metterlo alla prova, qual è il comandamento più grande: 
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
( Mt 22, 34-40)

L'amore è veramente l'unico requisito per essere veri discepoli del Signore Gesù Cristo.

Se così è, ve ne sono alcuni di inconsapevoli ed altri che, credendo di esserlo, non lo sono.

Ma la sorpresa finale sarà tutta dovuta alla nostra disattenzione alle indicazioni che il Maestro ci ha ripetutamente dato:
Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori. (Matteo 9,13)

Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. 32Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, 33e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 34Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, 35perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, 36nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». 37Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? 38Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? 39Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». 40E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». 41Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, 42perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, 43ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato». 44Anch'essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». 45Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me». 46E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna». (Matteo 25, 31-46)
Spesse volte consumiamo molte delle nostre energie a rispettare precetti religiosi o a coltivare la nostra ascesi personale, anziché ad amare Dio amando gli uomini e le donne che incontriamo nella nostra vita.

Energie sprecate dietro alla paura di non essere a posto davanti a Dio o dietro all'orgoglio spirituale di sentirsi a posto di fronte a Lui.

Gesù ci insegna ad essere “eccentrici” - ex-centrici, col centro al di fuori di noi -  a non fare del nostro ombelico il centro del mondo, ma a guardare con amore verso l'altro... verso l'Altro.



giovedì 13 ottobre 2011

Esserci!

Questa sera la navigazione mi ha portata ad incontrare più di un blog che genitori e nonni dedicano ai loro figli e nipoti morti in circostanze tragiche.

Ho pensato a quanto sia assurdo il dolore. Sempre, ma in special modo quello innocente.

“Perché?” è la prima parola che sale alle labbra.
Perché accade tutto questo?

Quante volte si è tentato, specie nei discorsi “religiosi” di dare una spiegazione ai drammi che accadono, siano una morte o una malattia:
“vedrai che sarà per un bene più grande... la tua sofferenza salverà tante anime”, e frasi simili.

Queste “giustificazioni”, oltre a sapere di “falso”, rischiano di ferire profondamente chi vive la sofferenza, trasmettendo l'immagine blasfema di un dio che ha bisogno di vedere soffrire un uomo per salvarne un altro.

Giobbe, tra le sue tante sfortune, ebbe anche quella di avere degli amici che, per consolarlo, lo affliggevano con tutta una serie di giustificazioni “ingiustificabili”.

17Perciò, beato l'uomo che è corretto da Dio:
non sdegnare la correzione dell'Onnipotente,
18perché egli ferisce e fascia la piaga,
colpisce e la sua mano risana. (Gb 5,17-18)

Giobbe, però, non sa che farsene del dio che gli mostra il suo amico Elifaz, un dio che sembra punire chi ama. Se è così, pensa Giobbe, è meglio che dio non lo “ami” di questo amore “mortale”. Piuttosto che avere un dio così è preferibile morire!

17Che cosa è l'uomo perché tu lo consideri grande
e a lui rivolga la tua attenzione
18e lo scruti ogni mattina
e ad ogni istante lo metta alla prova?
19Fino a quando da me non toglierai lo sguardo
e non mi lascerai inghiottire la saliva?
21Perché non cancelli il mio peccato
e non dimentichi la mia colpa?
Ben presto giacerò nella polvere
e, se mi cercherai, io non ci sarò!». (Gb 7,17-19.21)

Le parole ruvide del sofferente sono viste dal secondo amico, Bidad, come una bestemmia verso dio. La sofferenza di Giobbe è senz'altro frutto del suo peccato perché il dio onnipotente e giusto non può lasciare in balia dell'iniquità chi è senza peccato!

Giobbe però, nella sua saggezza, sa che il dolore colpisce rei e innocenti, e che l'idea di un dio giudice finisce per schiacciare l'uomo:

15Se sono colpevole, guai a me!
Ma anche se sono giusto, non oso sollevare il capo,
sazio d'ignominia, come sono, ed ebbro di miseria.
16Se lo sollevo, tu come un leone mi dai la caccia
e torni a compiere le tue prodezze contro di me, (Gb 10, 15-16)

Anche il terzo amico, Zofar, pensa di avere la diagnosi giusta per il dolore di Giobbe ed è quella di dire che l'uomo non può capire i piani di Dio. Giobbe, oltre ad essere sofferente, è anche presuntuoso perché vuole capire il perché del suo dolore, ma Dio non si può capire:

7Credi tu di poter scrutare l'intimo di Dio
o penetrare la perfezione dell'Onnipotente?
8È più alta del cielo: che cosa puoi fare?
È più profonda del regno dei morti: che cosa ne sai? (Gb 11,7-8)

Chissà perché, ma di fronte al dolore - come gli amici di Giobbe- ci sentiamo obbligati a giustificare, a dire, a spiegare.
Forse perché è troppo scandaloso il dolore...
Ma le parole non bastano, anzi non servono!!

Alla fine Dio rimprovererà gli amici di Giobbe per aver detto su di Lui cose non vere.

Dopo che il Signore ebbe rivolto queste parole a Giobbe, disse a Elifaz di Teman: «La mia ira si è accesa contro di te e contro i tuoi due amici, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe. 8Prendete dunque sette giovenchi e sette montoni e andate dal mio servo Giobbe e offriteli in olocausto per voi. Il mio servo Giobbe pregherà per voi e io, per riguardo a lui, non punirò la vostra stoltezza, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe».
(Gb 42,7-8).

Di fronte alla sofferenza rimane solo la presenza solidale, che sa com-patire cioé condividere il dolore.

In altre parole… esserci!

P.S. Questo post è dedicato a Ornella Gemini, mamma di  Niki Aprile Gatti, e alla sua lotta per conoscere la verità sulla morte del figlio.