mercoledì 2 novembre 2011

Il tempo della consapevolezza

In questi giorni le notizie politico-economiche mi lasciano confusa.

Gli indicatori sono gravemente negativi ma nessuno dei nostri governanti sembra disposto a fare un esame di coscienza e ad assumersi la responsabilità di scelte per fronteggiare questa débâcle che sta trascinando nel baratro un intero paese.

Ho assistito allibita ad un talk show dove politici di opposti schieramenti continuavano a rinfacciarsi situazioni pregresse come già molte altre volte in passato, chiusi in una coazione a ripetere che esprimeva soltanto la totale inconsapevolezza del momento particolarmente difficile che richiederebbe lucidità, serietà e dedizione al bene comune.

Fondamentalmente ho colto un arroccamento, fino alla negazione della realtà, di persone che continuano in questa deriva perché ne traggono comunque vantaggio, non lasciandosi interpellare neppure dal prospettato imminente disastro.

Ho ripensato alla parabola di Lazzaro e del ricco epulone.

19C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. 20Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, 21bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. 22Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. 24Allora gridando disse: «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». 25Ma Abramo rispose: «Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. 26Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi». 27E quello replicò: «Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, 28perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento». 29Ma Abramo rispose: «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro». 30E lui replicò: «No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno». 31Abramo rispose: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti»». (Luca 16, 19-31)

Il ricco epulone è così sicuro e comodo nella situazione che vive che non vuole nemmeno accorgersi del povero che sta ad elemosinare alla sua porta. La parabola non mette in evidenza tanto la cattiveria del ricco, quanto la sua indifferenza.

La povertà, la fame, nel nostro occidente sono sempre state percepite “lontane” per cui, anche sapendo che esistevano, potevamo di fatto ignorarle, in una beata inconsapevolezza che -al massimo- lasciava spazio a qualche gesto caritativo.

Gli immigrati, che in questi ultimi decenni ci hanno sfiorato sulle strade delle nostre città, li abbiamo lasciati andare al loro destino accompagnandoli con uno sguardo a volte di pietà, a volte di fastidio.

Ora però tocca a noi sperimentare, come fu per il ricco epulone, le fiamme di una speculazione finanziaria che ci sta mangiando gli spazi di una vita serena e dignitosa: ci sembra impossibile che nessuno venga ad aiutarci, che non si sia spazio per un sollievo, ma ora si sta avvicinando per noi il tempo dell'indifferenza degli altri.

Come in un gioco di immedesimazione a cui la parabola invita, mi piace pensare che viviamo la situazione dei fratelli del ricco epulone, i quali hanno ancora una chance di salvezza purché sappiano aprire gli occhi sulla realtà e sappiano fare delle scelte consapevoli e amorevoli verso l'altro, verso il bene comune. Nella parabola l'invito è a lasciarsi guidare in questo percorso dalla parola di Dio, Luce del cammino.

Per noi cristiani la Parola è una Persona, il nostro Signore Gesù Cristo che ci ha insegnato che
il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti (Mc 10,45).

Che bello se dalle ceneri di questa crisi nascessero nuovi politici ispirati a questo principio.

E' un sogno??

Il nostro Dio, su questo sogno, si è giocato la vita e ci ha insegnato a fare altrettanto!

martedì 1 novembre 2011

la vita eterna



In occasione della festa di Tutti i Santi vi propongo una piccola riflessione sulla vita eterna partendo dallo spunto di un brano tratto da "L'anima e il suo destino" di Vito Mancuso.

Mi scuso per la voce afona dovuta ad un malanno di stagione.

Buon ascolto e buona festa di Ognissanti!

mercoledì 26 ottobre 2011

Dei tipi eccentrici

Non è la religione che salva: non è la legge, il tempio, la circoncisione; non sono i sacramenti, la Messa, i rosari, i pellegrinaggi, le indulgenze, la Bibbia. Ciò che salva è la coscienza pura e la vita buona che ne consegue, è l'adesione incondizionata dell'anima al bene, alla verità, alla giustizia. Tutto il senso della predicazione di Gesù sta qui, nel togliere dal centro la religione e nel porre al suo posto la coscienza autentica (vedi Luca 18, 9-14).

Il brano citato è tratto dal libro di Vito Mancuso “L'anima e il suo destino”, Raffaello Cortina Editore, 2007, pag. 176.

Questo autore mi affascina per la freschezza con cui sa parlare di fede, invitando i suoi lettori ad assaporare il gusto di una vita da discepoli autentici del Maestro Gesù.

Ho collegato questa sua frase al Vangelo di domenica scorsa nel quale Gesù spiega all'esperto della legge, che lo interroga per metterlo alla prova, qual è il comandamento più grande: 
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
( Mt 22, 34-40)

L'amore è veramente l'unico requisito per essere veri discepoli del Signore Gesù Cristo.

Se così è, ve ne sono alcuni di inconsapevoli ed altri che, credendo di esserlo, non lo sono.

Ma la sorpresa finale sarà tutta dovuta alla nostra disattenzione alle indicazioni che il Maestro ci ha ripetutamente dato:
Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori. (Matteo 9,13)

Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. 32Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, 33e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 34Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, 35perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, 36nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». 37Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? 38Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? 39Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». 40E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». 41Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, 42perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, 43ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato». 44Anch'essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». 45Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me». 46E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna». (Matteo 25, 31-46)
Spesse volte consumiamo molte delle nostre energie a rispettare precetti religiosi o a coltivare la nostra ascesi personale, anziché ad amare Dio amando gli uomini e le donne che incontriamo nella nostra vita.

Energie sprecate dietro alla paura di non essere a posto davanti a Dio o dietro all'orgoglio spirituale di sentirsi a posto di fronte a Lui.

Gesù ci insegna ad essere “eccentrici” - ex-centrici, col centro al di fuori di noi -  a non fare del nostro ombelico il centro del mondo, ma a guardare con amore verso l'altro... verso l'Altro.



giovedì 13 ottobre 2011

Esserci!

Questa sera la navigazione mi ha portata ad incontrare più di un blog che genitori e nonni dedicano ai loro figli e nipoti morti in circostanze tragiche.

Ho pensato a quanto sia assurdo il dolore. Sempre, ma in special modo quello innocente.

“Perché?” è la prima parola che sale alle labbra.
Perché accade tutto questo?

Quante volte si è tentato, specie nei discorsi “religiosi” di dare una spiegazione ai drammi che accadono, siano una morte o una malattia:
“vedrai che sarà per un bene più grande... la tua sofferenza salverà tante anime”, e frasi simili.

Queste “giustificazioni”, oltre a sapere di “falso”, rischiano di ferire profondamente chi vive la sofferenza, trasmettendo l'immagine blasfema di un dio che ha bisogno di vedere soffrire un uomo per salvarne un altro.

Giobbe, tra le sue tante sfortune, ebbe anche quella di avere degli amici che, per consolarlo, lo affliggevano con tutta una serie di giustificazioni “ingiustificabili”.

17Perciò, beato l'uomo che è corretto da Dio:
non sdegnare la correzione dell'Onnipotente,
18perché egli ferisce e fascia la piaga,
colpisce e la sua mano risana. (Gb 5,17-18)

Giobbe, però, non sa che farsene del dio che gli mostra il suo amico Elifaz, un dio che sembra punire chi ama. Se è così, pensa Giobbe, è meglio che dio non lo “ami” di questo amore “mortale”. Piuttosto che avere un dio così è preferibile morire!

17Che cosa è l'uomo perché tu lo consideri grande
e a lui rivolga la tua attenzione
18e lo scruti ogni mattina
e ad ogni istante lo metta alla prova?
19Fino a quando da me non toglierai lo sguardo
e non mi lascerai inghiottire la saliva?
21Perché non cancelli il mio peccato
e non dimentichi la mia colpa?
Ben presto giacerò nella polvere
e, se mi cercherai, io non ci sarò!». (Gb 7,17-19.21)

Le parole ruvide del sofferente sono viste dal secondo amico, Bidad, come una bestemmia verso dio. La sofferenza di Giobbe è senz'altro frutto del suo peccato perché il dio onnipotente e giusto non può lasciare in balia dell'iniquità chi è senza peccato!

Giobbe però, nella sua saggezza, sa che il dolore colpisce rei e innocenti, e che l'idea di un dio giudice finisce per schiacciare l'uomo:

15Se sono colpevole, guai a me!
Ma anche se sono giusto, non oso sollevare il capo,
sazio d'ignominia, come sono, ed ebbro di miseria.
16Se lo sollevo, tu come un leone mi dai la caccia
e torni a compiere le tue prodezze contro di me, (Gb 10, 15-16)

Anche il terzo amico, Zofar, pensa di avere la diagnosi giusta per il dolore di Giobbe ed è quella di dire che l'uomo non può capire i piani di Dio. Giobbe, oltre ad essere sofferente, è anche presuntuoso perché vuole capire il perché del suo dolore, ma Dio non si può capire:

7Credi tu di poter scrutare l'intimo di Dio
o penetrare la perfezione dell'Onnipotente?
8È più alta del cielo: che cosa puoi fare?
È più profonda del regno dei morti: che cosa ne sai? (Gb 11,7-8)

Chissà perché, ma di fronte al dolore - come gli amici di Giobbe- ci sentiamo obbligati a giustificare, a dire, a spiegare.
Forse perché è troppo scandaloso il dolore...
Ma le parole non bastano, anzi non servono!!

Alla fine Dio rimprovererà gli amici di Giobbe per aver detto su di Lui cose non vere.

Dopo che il Signore ebbe rivolto queste parole a Giobbe, disse a Elifaz di Teman: «La mia ira si è accesa contro di te e contro i tuoi due amici, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe. 8Prendete dunque sette giovenchi e sette montoni e andate dal mio servo Giobbe e offriteli in olocausto per voi. Il mio servo Giobbe pregherà per voi e io, per riguardo a lui, non punirò la vostra stoltezza, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe».
(Gb 42,7-8).

Di fronte alla sofferenza rimane solo la presenza solidale, che sa com-patire cioé condividere il dolore.

In altre parole… esserci!

P.S. Questo post è dedicato a Ornella Gemini, mamma di  Niki Aprile Gatti, e alla sua lotta per conoscere la verità sulla morte del figlio.  

giovedì 29 settembre 2011

Il setaccio e il ventilabro

Oggi è la festa dei Santi Arcangeli!
Auguri di buon onomastico a tutti coloro che ne portano il nome, anche alla mia secondogenita: auguri tesoro!



Oggi volevo condividere con voi una riflessione che mi è nata leggendo il vangelo, o meglio leggendolo aggiungendovi due versetti (Gv 1, 45-46) che precedono il brano scelto dalla liturgia odierna (Gv 1, 47-51).

45Filippo trovò Natanaele e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». 46Natanaele gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi». 47Gesù intanto, visto Natanaele che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità». 48Natanaele gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l'albero di fichi». 49Gli replicò Natanaele: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!». 50Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l'albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!». 51Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell'uomo». (Gv 1, 45-51)
All'annuncio entusiastico di Filippo che racconta l'incontro con una persona che l'ha profondamente colpito, Natanaèle risponde con un pregiudizio. Non conosce ancora Gesù, ma l'ha già giudicato sulla base di uno schema mentale che si porta dentro e che, come una lente offuscata, gli fa vedere la realtà in modo distorto.

Interessante è che, al contrario, quando Gesù lo incontra per la prima volta lo apprezza pur non conoscendolo. Infatti Natanaèle ne rimane stupito!

In entrambi i casi vi è un giudizio, ma completamente diversi sono gli strumenti utilizzati per arrivarci.

Natanaèle usa il setaccio, lasciando andare il buono che potrebbe nascondersi nella persona di Gesù e trattenendo il negativo, concretizzato nel suo pregiudizio verso i nazaretani.

Gesù usa il ventilabro, lasciando volare via “la pula” dei difetti di Natanaele, e trattenendo “il grano” cioé le sue potenzialità di uomo autentico.

Gesù apprezza Natanaèle come un Israelita in cui non c'è falsità. In realtà il pregiudizio del futuro apostolo lo porta a una visione falsa. Gesù però lascia andare il giudizio negativo, trattenendo e valorizzando la potenzialità di autenticità che c'è in Natanaèle.

Se è vero, come dicono teorie psicologiche, che il giudizio degli altri ci condiziona fino a farci in certa misura diventare come gli altri ci vedono, è stupendo pensare che il nostro Dio ci vede sempre nella nostra possibilità migliore.

Uno sguardo intenso che coglie tutte le nostre potenzialità di bene e le rende possibili, oltre le incrostazioni del nostro egoismo e dei nostri pregiudizi, oltre la nostra stessa consapevolezza.

giovedì 8 settembre 2011

Buon compleanno Maria!

Oggi si festeggia il compleanno di Maria di Nazareth!

Fino a qualche anno fa mi sentivo più cristologica che mariana. In realtà non mi attirava un'immagine mariana troppo pietistica, vedere la Madonna sempre dentro un santino, afflitta e con uno sguardo che avrebbe dovuto trasmettere il suo spirito meditativo, ma che a me sembrava solo triste.

Anche la festa di oggi rischia facilmente di essere fraintesa.
Maria infatti, ci hanno insegnato, è nata senza peccato originale, perché Dio l'ha preservata da ogni macchia in vista della nascita di suo figlio.

Io allora pensavo: bella forza! Tutti sono capaci ad essere santi se sono stati fin dalla nascita chiamati ad essere quello!

La lettura scelta dalla liturgia odierna sembra andare nella stessa direzione:

Fratelli, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno.

Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati.  (Rm 8,28-30)

Alla luce di queste premesse la figura di Maria mi sembrava evidenziare, per contrasto, l'esclusione di tutti gli esseri umani, limitati e peccatori!

Poi ho scoperto come lo stesso San Paolo chiarisce il senso della predestinazione affermando:
3Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, 4il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità. 5Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, 6che ha dato se stesso in riscatto per tutti.  (1Tm 2,3-6)
Quindi l'unica predestinazione che esiste per tutti è quella alla salvezza e alla conoscenza.

Maria, perciò, non ha avuto un destino migliore del nostro, ha solo realizzato totalmente la sua chiamata ad una vita piena di amore consapevole.  
Questo, però, possiamo dirlo solo ora, perché sappiamo che è andata così. Ma quando avvennero i fatti narrati nei Vangeli nulla era scontato, Maria avrebbe potuto scegliere una strada diversa!

E non è forse così anche nella nostra vita?
Dovremmo solo essere più consapevoli della volontà che Dio ha per tutti noi: salvezza e conoscenza. 
Con parole più moderne potremmo dire: una vita pienamente realizzata, attraverso l'amore e la consapevolezza.

Buon compleanno Maria!
Buon compleanno a tutti noi!

domenica 4 settembre 2011

Le emozioni in preghiera





La musica e il canto: un modo emozionante di lodare Dio.

Perché non bastano testa e volontà...