venerdì 27 maggio 2011

La saggezza dell'anziano


Abba, dimmi una parola!

Con questa frase iniziano molti dei detti dei padri del deserto, racconti nei quali è raccolta la spiritualità dei primi monaci cristiani che vivevano, appunto, ritirati nel deserto.

Le persone, i giovani del tempo andavano a cercare questi monaci per avere da loro una parola di saggezza, un confronto sulle questioni della vita alla luce della parola di Dio.

E’ da qualche tempo che rimango tristemente colpita da come non esista più la figura dell’abba, dell’anziano che sa orientare il giovane verso i veri valori e il gusto della vita.

I nostri anziani sono spesso più sbandati dei giovani. Non è una critica ma una constatazione.

Confusi, disorientati, a volte stanchi e demotivati, si lasciano trascinare dall’emotività somigliando ad adolescenti invecchiati che rivendicano il loro spicchio di spensieratezza.

Forse ha ragione un amico il quale afferma che, al di là dello stereotipo dell’anziano saggio, in realtà si invecchia come si è vissuto.

Quanto dispiacere, però, non riuscire a trovare un anziano (ammesso che voglia essere definito tale) al quale rivolgere questa domanda:

Abba, dimmi una parola!


mercoledì 25 maggio 2011

L'albero e i suoi frutti

Rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato (Gv 14,23-24)

Questa mattina nel riflettere sul vangelo mi sono imbattuta in questa frase.
Ricca per molti aspetti (pensa solo all'immagine di un Dio che prende dimora presso di te!) quello che mi ha impressionato, però, è stata la seguente constatazione di Gesù, così difficile da cogliere proprio perché semplicemente disarmante:
Se uno mi ama osserverà la mia parola... chi non mi ama, non osserva le mie parole.

Ho provato ad invertire le parti di cui si compongono le due frasi ed è risultato questo:
se uno osserva la mia parola mi ama... chi non osserva le mie parole non mi ama.

Mi è tornata alla mente, allora, l'immagine evangelica dell'albero che si riconosce dai frutti.


In un tempo come il nostro in cui siamo così bersagliati da persone dalla presenza tronfia ed ammaliante, in cui è difficile distinguere ciò che falso da ciò che è autentico, perché il falso riesce ad essere più convincente del vero, è fondamentale rifarsi alla sana regola evangelica di guardare i frutti dell'albero.

Gesù, Sapienza di Dio, sa aprire varchi di comprensione anche nelle foreste più intricate della nostra complessità.

15Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! 16Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? 17Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; 18un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. (Mt 7,15-18)

lunedì 2 maggio 2011

Evoluzione di un desiderio


In queste settimane mi è più volte venuto un pensiero: avere a disposizione due ore tranquille, un bel giardino, una panchina, e soprattutto un’amica con cui parlare di cose che facciano bene all’anima.

Più volte mi è tornato questo desiderio, ma i miei impegni, il poco tempo delle amiche…

Qualche giorno fa, mi è venuta un’intuizione: andare in chiesa e stare in tranquillità di fronte al tabernacolo. Lì c’è Gesù Eucaristia. Come amico con cui parlare di cose che facciano bene all’anima non è male!

Stamattina sono entrata nella chiesa del mio paese e mi sono seduta un po’ in disparte.
E’ appena iniziato il mese di maggio, il mese della Madonna, a me carissimo anche perché è il mese durante il quale sono nate le mie bimbe, ed era mia intenzione dire una decina di rosario.
In chiesa, oltre a me, c’era solo una signora di mezza età.

Ad un certo punto si è alzata per andare ad accendere una candela e quando mi è passata di fronte ci siamo scambiate lei un saluto, io un sorriso.
Ho sentito che pronunciava male le parole: una paresi? Forse un ictus?

Accesa la candela ha iniziato un canto disarticolato, ma nello stesso tempo struggente perché esprimeva attraverso quei suoni sconnessi tutta la sua sofferenza.
Lo stesso canto ha ripetuto davanti alla foto di Papa Giovanni Paolo II, novello Beato, e alla statua della Madonna.
Poi, invece di tornare nel suo banco, mi si è avvicinata e, notando un braccialetto a rosario che indossavo, mi ha chiesto se pregavo.
Le ho detto che stavo dicendo il rosario e le ho chiesto il nome.
Maria Rosa e tu?

Gliel'ho ripetuto almeno 5 volte, ma non mi capiva perché, mi ha detto, sentiva solo rumori che la facevano tanto soffrire.
Ho preso il braccialetto, che mi era stato regalato da un’amica suora cinese, e gliel'ho dato.
Non voleva accettarlo ma, le ho detto, l’avrebbe usato senz’altro bene perché capivo che era donna di preghiera.
Questo sì! E’ il mio culto! E poi guardando la foto di Beato Giovanni Paolo II: i suoi cardinali volevano farlo dimettere perché era malato, ma lui no! Finché il Signore vorrà! e capivo che in filigrana c’era anche la sua storia di malattia, in qualche modo riscattata da quella scelta.

Ora devo andare, a casa mi aspettano, le ho detto alla fine.
Lei, salutandomi, mi ha lasciata andare non senza avermi prima fatto scrivere su un foglietto il mio nome, che non era riuscita a capire.

Uscita di chiesa ho ripensato alla preghiera di S. Francesco e l’ho adattata al mio desiderio:
quando ho voglia di essere ascoltata, Signore dammi qualcuno da ascoltare.
Ho pensato a quanto è “rompiscatole” il nostro Dio che non ci lascia mai nel guscio nei nostri desideri, intesi come desideri rivolti a noi, e ci chiama sempre ad andare al di là, a guardare negli occhi il fratello o la sorella che ci capitano accanto.

Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te.
E se fosse questa la ricetta della vera felicità?
C’è solo un modo per scoprirlo.

sabato 23 aprile 2011

Sabato santo: tra croce e tomba vuota

Il Sabato Santo è per eccellenza il giorno dell'attesa.
Lo spazio tra la croce e la tomba vuota, tra la morte e la vita piena!

Mi hanno profondamente colpita due immagini di questi giorni.
La prima, è il volto bendato ed insanguinato di Vittorio Arrigoni, il volontario italiano ucciso a Gaza.
La seconda è l'altare della mia chiesa spoglio di ogni ornamento durante il Venerdì Santo, con al centro solo il Crocifisso e un drappo rosso.

La prima immagine mi ha richiamato alla memoria la scena di Gesù nel Pretorio, coronato di spine, bendato e schiaffeggiato. Ho pensato a quanti, per tentare di rendere realtà il sogno di un mondo più giusto e solidale, subiscono ingiustizie e violenze. Gesù stesso è stato vittima della violenze di chi lo riteneva un intralcio ed un pericolo per i propri interessi ed obiettivi.
La seconda immagine mi ha fatto sentire la voragine che si sperimenta quanto il bene, coi suoi strumenti pacifici, soccombe al male e alla violenza.
Sembra che il bene seminato sia stato vano e che tutto sia perduto.

A cosa è servito l'impegno di Vittorio se, come sembra, alcuni tra quelli che lui aiutava lo hanno ucciso?
A cosa è servito predicare la buona novella, sanare i malati, se poi Gesù è stato rifiutato proprio dai suoi?

Eppure, in una maniera paradossale e scandalosa si ripete anche nelle nostre vite il mistero pasquale di morte e risurrezione che ha sperimentato Gesù!

La solidarietà e l'amore di Vittorio per un popolo sofferente sono stati amplificati dalla sua morte, e anche dalla testimonianza piena di dignità della sua mamma. Esperienza pasquale di un amore che non si ferma di fronte alla morte ma che, anzi, si espande non più trattenuto dal limite umano.

Di questa Pasqua voglio ricordare questa riflessione: una vita vissuta per amore, donata agli altri, è una vita eterna perché sa superare i limiti umani compreso quello estremo della morte.

Buona Pasqua a tutti!

venerdì 18 marzo 2011

Che fine ha fatto il giardino dell'Eden?

Vedendo le immagini che arrivano in questi giorni dal Giappone, ho ripensato al versetto 15 del capitolo 2 del libro di Genesi:
Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.
Per la Parola di Dio l'umanità ha, verso la creazione, questi due compiti: coltivarla per renderla sempre più bella e armoniosa, e custodirla per consegnarla come dono prezioso alle generazioni future.


Anche un'altra riflessione mi è venuta sentendo le affermazioni di chi, pur di fronte all'immane tragedia che si sta verificando, insiste ancora a parlare di nucleare come scelta ragionevole.

Sempre nel libro di Genesi nei capitoli 37 e seguenti è narrata la storia di Giuseppe l'ebreo che, venduto come schiavo dai fratelli, dopo varie vicissitudini arriva al cospetto di Faraone per interpretarne i sogni delle sette vacche e delle sette spighe (Gen 41).

Giuseppe preannuncia a Faraone la carestia in Egitto.

Faraone non si lascia condizionare dal pregiudizio verso Giuseppe, schiavo e carcerato, né dalla presunzione di pensare impossibile una carestia in Egitto, paese della fertilità.

Faraone, responsabile verso il suo popolo, ascolta i consigli di Giuseppe evitando così la fame e la morte alla sua gente.

Di fronte alle immagini della centrale nucleare di Fukushima ho ripensato a quante volte scienziati, ambientalisti, persone di buona volontà hanno gridato ai faraoni di oggi il rischio tremendo a cui scelte sbagliate esponevano la terra e il futuro delle nuove generazioni. A come spesso questi novelli Giuseppe sono stati derisi e considerati portatori di inutili allarmismi.

L'ostinazione dei potenti di oggi fa chiudere loro gli occhi anche davanti alla constatazione del disastro.
Faraone, che era considerato un dio, si è lasciato convincere da un carcerato prima di vedere la carestia... lui!