martedì 3 aprile 2012

Presunzioni e pregiudizi


36Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». 37Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». 38Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m'abbia rinnegato tre volte. Gv 13, 36-38
 
Eccoci nella Settimana Santa dove siamo invitati a guardare Gesù che arriva a esprimere l’amore di Dio per l’uomo fino a morirne.

Avvicinarci a questa fonte di luce, rende più chiaro a noi stessi chi siamo. A volte dobbiamo incontrare la sofferenza per capire fino a che punto sappiamo amare, se la nostra pianta ha radici salde oppure si secca al primo sole.

Pietro parla con generosità, entusiasmo e… presunzione! Lui presume di poter dare la vita e così sarà, ma dovrà fare ancora molta strada nella fede imparando ad amare dal Signore Risorto.

Se vediamo la vita di Pietro capiamo che il Signore lo ha invitato sempre a lasciare indietro presunzioni e preguidizi per aprirsi sempre di più agli altri e allo Spirito Santo, Spirito d’Amore che soffia dove vuole, e non dove vorremmo noi!

8Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito». (Gv 3,8)
Emblematico è l’episodio di Cornelio, pagano, straniero, nemico! Secondo i parametri del buon ebreo uomo assolutamente indegno a diventare discepolo del Signore Gesù. Pietro, però, dovrà arrendersi alla fiamma dello Spirito che battezzerà Cornelio e la sia famiglia prima che lo riesca a fare lui! Pietro così si giustificherà rispetto alla comunità di Gerusalemme… come a spiegare che lo Spirito lo ha costretto ad andare oltre le sue convinzioni e le sue credenze!


25Mentre Pietro stava per entrare, Cornelio gli andò incontro e si gettò ai suoi piedi per rendergli omaggio. 26Ma Pietro lo rialzò, dicendo: «Àlzati: anche io sono un uomo!». 27Poi, continuando a conversare con lui, entrò, trovò riunite molte persone 28e disse loro: «Voi sapete che a un Giudeo non è lecito aver contatti o recarsi da stranieri; ma Dio mi ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo. 29Per questo, quando mi avete mandato a chiamare, sono venuto senza esitare. Vi chiedo dunque per quale ragione mi avete mandato a chiamare». 30Cornelio allora rispose: «Quattro giorni or sono, verso quest'ora, stavo facendo la preghiera delle tre del pomeriggio nella mia casa, quando mi si presentò un uomo in splendida veste 31e mi disse: «Cornelio, la tua preghiera è stata esaudita e Dio si è ricordato delle tue elemosine. 32Manda dunque qualcuno a Giaffa e fa' venire Simone, detto Pietro; egli è ospite nella casa di Simone, il conciatore di pelli, vicino al mare». 33Subito ho mandato a chiamarti e tu hai fatto una cosa buona a venire. Ora dunque tutti noi siamo qui riuniti, al cospetto di Dio, per ascoltare tutto ciò che dal Signore ti è stato ordinato».
34Pietro allora prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, 35ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga. 36Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d'Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti. 37Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; 38cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. 39E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, 40ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, 41non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. 42E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. 43A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome».
44Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola. 45E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; 46li sentivano infatti parlare in altre lingue e glorificare Dio. Allora Pietro disse: 47«Chi può impedire che siano battezzati nell'acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?». 48E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Quindi lo pregarono di fermarsi alcuni giorni. (Atti 10,25-46)

L’augurio, allora, per questa Settimana Santa e per questa Pasqua è che l’incontro con Gesù Cristo Signore ci permetta di conoscere noi stessi fino in fondo e, come per Pietro, ci insegni a correre gioiosi sulla strada dell’amore, lasciando dietro di noi i pesi inutili dell’orgoglio, del pregiudizio e della presunzione.

Buona Pasqua a tutti!

martedì 20 marzo 2012

Grandi e piccoli


Come le altre guide e fondatori di religioni, Gesù sperimentò la Realtà Ultima come potenza dell'amore. Ciò che però costituiva lo specifico dell'esperienza di Gesù era che questo Dio, che ama tutti, nutre un amore particolare, forse possiamo dire “preferenziale” o più urgente, per quelle persone che in ogni società sono state calpestate, emarginate, trascurate, o sfruttate. Gesù incarnava questo amore insistente, preferenziale per i poveri, gli affamati, gli emarginati, al punto di morire come uno di loro. E, come uno di loro, sarebbe stato eliminato il giorno in cui si fosse azzardato a svegliarsi e a criticare i poteri dominati. Il Dio incarnato in Gesù soffre non soltanto per le vittime del mondo: questo Dio soffre come loro e con loro. Penso si possa dire che in questo stia il contributo originale che i cristiani possono fornire al dialogo con altre religioni. 
Questo brano che vi propongo si trova nel libro di Paul Knitter “Senza Buddha non potrei essere cristiano”, Fazi Editore, pagg. 166-167, di cui vi ho offerto uno spunto anche qualche post fa.

Mi sembra una riflessione molto attuale in un momento, come questo, in cui sempre più persone vivono, a causa della crisi economica, situazioni di disagio e di disperazione.

In questo momento, come non mai, noi cristiani laici -insieme alla gerarchia della Chiesa- dovremmo essere espressione dell'amore preferenziale di Gesù per i poveri e i calpestati.

Vedo invece, e ne sono turbata, che le gerarchie della nostra Chiesa Cattolica in questo tempo difficile sono come silenti. Non sembrano partecipare al dramma di tanti fedeli, se non con parole che suonano lontane e formali.

Rifletto allora che se un cambiamento, una conversione della nostra Chiesa ci sarà, potrà partire solo dal basso, come fu al tempo di Gesù.
Anche allora le grandi decisioni passavano per i circuiti dei re, dei sommi sacerdoti e degli anziani del popolo, ma Dio scelse una ragazzina di una cittadina sperduta per far nascere il suo Figlio Unigenito.

Gesù, durante la sua vita, pur interessando molto i grandi che lo volevano incontrare (vedi l'incontro con Nicodemo o la curiosità suscitata in Pilato), scelse di condividere la sua vita con la gente del popolo, coi peccatori e le prostitute, coi malati, tutte persone emarginate, insegnando ai sui discepoli che la vera grandezza sta nel servizio dei fratelli.

26Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. (Luca 22,26) 
Chiediamo al Signore di convertire il nostro cuore e di farci diventare veramente suoi discepoli.

Buona Quaresima a tutti.












mercoledì 29 febbraio 2012

Padre Nostro



Questa mattina ho riletto con occhi nuovi la preghiera del Padre nostro.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe». Mt 6,7-15


Che bello l'invito che il Signore ci rivolge a non sprecare parole con Dio.
E' come se Gesù ci dicesse: almeno davanti a Dio rilassati!
Non avere l'ansia di apparire al meglio; sentiti libero, te stesso, tranquillo sapendo queste cose.

Dio è un genitore amorevole, che si prende cura non solo di te ma di tutti gli uomini (è nostro, infatti!).

Nel desiderio -fatto preghiera- della santificazione del nome di Dio, della venuta del suo Regno e della realizzazione della volontà di Dio c'è espressa non solo la speranza, ma anche l'impegno di ogni credente affinché la terra, oltre che il cielo, diventi uno spazio dove tutti possano vivere la dimensione della festa, cioè della vita gioiosa, piena, realizzata (e non solo pochi che guardano indifferenti la miseria di molti): non ha, forse, Gesù stesso paragonato il Regno dei cieli ad una festa di nozze?

C'è la richiesta del pane, cioè di ciò che serve a nutrire la nostra vita, ma di un pane quotidiano che, quindi, non prevede accumuli. La ricchezza accumulata è sempre sottratta agli altri e, come la manna nel deserto, è destinata a marcire!

(…) Avevano raccolto secondo quanto ciascuno poteva mangiarne. 19Mosè disse loro: «Nessuno ne faccia avanzare fino al mattino». 20Essi non obbedirono a Mosè e alcuni ne conservarono fino al mattino; ma vi si generarono vermi e imputridì. (Esodo 16, 18-19) 




Arriva poi la richiesta di essere perdonati, ma anche la disponibilità a perdonare. Argomento delicato, a volte ostico il perdono, eppure solo lasciando la presa dal rancore possiamo aprirci al futuro e abbandonare al nostro passato il dolore della ferita subita. Il Signore sa che di fronte all'amarezza di certe sofferenze il perdono non è un percorso umanamente proponibile. Va chiesto come dono a Dio. Eppure ci invita a fidarci e a lasciare il cuore aperto a una disponibilità che va oltre le nostre capacità.

Parafrasando la frase del padre del ragazzo epilettico in Marco 9,24:“Credo; aiuta la mia incredulità!” potremmo dire: “Signore vorrei perdonare, ma sono troppo ferito. Aiuta il mio dolore!”

Infine la richiesta di non sentirci abbandonati nella tentazione, di non vivere la lontananza di Dio nei momenti in cui sembra prevalere il male, la prepotenza, la sopraffazione, la violenza.

Qui salgono alla mente le immagini di Gesù nel Getzemani e sulla croce: “il Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato” (Mt 27,46; Mc 15,34). I bravi commentatori si affrettano a spiegare che si tratta della citazione di un salmo, per cui Gesù non gridava il suo abbandono, ma invocava suo Padre.

Io penso che sia vero e questo e quello... non bisogna avere paura di ammettere che anche per gli uomini e le donne di fede può arrivare il momento in cui la lontananza di Dio si fa sentire e, normalmente, questo coincide con momenti abitati dalla sofferenza. Ecco! Gesù sa che questi momenti possono capitare e ci invita a rivolgerci a un Dio che è Padre chiedendogli di liberarci dal male.

Amen!

Sì! Così sia.

giovedì 23 febbraio 2012

Scintille

Quando agiamo egoisticamente, quando bramiamo, quando cerchiamo di possedere e trattenere qualcosa come nostro, quando ci rifiutiamo di lasciare la presa, in tutte queste occasioni stiamo agendo in modo contrario al funzionamento naturale delle cose. E' come nuotare controcorrente o cercare di acchiappare e di tenere in mano un uccello in volo. L'egoismo produce frizione e volano scintille dolorose quando sfrega contro la realtà dal verso sbagliato, sicché per il buddhismo esso non è tanto peccaminoso, quanto stupido. (Però, esattamente come per i cristiani, produce sofferenza per sé e per gli altri). Non è che i buddhisti si oppongano al godimento della compagnia delle altre persone o delle cose, ci mettono soltanto in guardia dal cercare di trattenerle e dal pensare che siano di nostra proprietà. Non appena ci comporteremo così, infatti, voleranno scintille, con il risultato di ferire le persone. 

Questa bella riflessione sulle conseguenze dell'egoismo è tratta dal libro di Paul Knitter “Senza Buddha non potrei essere cristiano” Fazi Editore, 2011, pag. 14.

L'autore, prete cattolico, si è convertito al buddhismo per poi tornare ad essere cristiano, portandosi in dote, nel “riattraversare la frontiera”, tutta la profondità della spiritualità buddhista alla luce della quale anche la figura di Cristo risulta arricchita di significati.

La riflessione sugli effetti nefasti dell'egoismo nasce dalla consapevolezza che, nel divenire continuo della realtà, tutti gli esseri umani e senzienti sono collegati tra loro e con la natura in un continuo movimento che non può essere fermato, pena creare “scintille” di sofferenza.


Anche Gesù ha spesso indicato come ricetta di felicità la scelta di “lasciar andare”, (una parola più familiare alla spiritualità cristiana direbbe “rinunciare”) le cose e le situazioni che, se da una parte ci danno un senso di sicurezza, dall'altra ci fanno schiavi ed infelici.

A questo proposito illuminante è l'episodio dell'uomo ricco.

17Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». 18Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 19Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». 20Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». 21Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». 22Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. (Mc 10,17-22)

Il protagonista è un “bravo” ragazzo che tenta di vivere generosamente la sua vita di fede, ma non sa rinunciare alle sicurezze identificate coi suoi molti beni che diventeranno la sua prigione di infelicità.

E' difficile scegliere di non difendere le proprie posizioni, lasciandosi scorrere nel verso della realtà, eppure è la strada che sia Buddha che Gesù Cristo ci indicano per vivere una vita realizzata.

Alla luce di questa riflessione acquista nuovo significato la frase di Gesù:
33Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva. (Lc 17,33) 

martedì 14 febbraio 2012

San Valentino

Oggi è la festa degli innamorati!

Auguri a tutti quelli che vivono l'esperienza bellissima ed esaltante dell'innamoramento.

L'innamoramento è quello stato dell'essere in cui tutti i canali di comunicazione sono aperti a ricevere dall'altro. Non c'è chiusura, non c'è sospetto. Tutto è fiducia, emozione, intensità.

Ogni essere senziente è fatto per l'amore: anche piante ed animali godono nell'essere amati.
L'essere umano ancora di più. Avendo coscienza di se stesso si realizza nel dare e ricevere amore.

Se, come ci ricorda Genesi, l'uomo è fatto ad immagine di Dio

27E Dio creò l'uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò:
maschio e femmina li creò. (Gen 1,27)

e Dio, come dice Giovanni Evangelista, è amore
Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. (1Gv 4,8)
allora noi siamo fatti per essere amati ed amare.

Non importa ciò che facciamo nella vita e i risultati che raggiungiamo: non riusciremo a sperimentare pace e gioia se non per mezzo dell'amore.

1 Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita.2E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla.3E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.(1 Cor 13, 1-3)
San Paolo nella splendida prima lettera ai Corinzi appena citata ricorda che le virtù più grandi sono fede, speranza e carità (termine usato per tradurre il greco "agape" cioè l'amore oblativo che sa donarsi per il bene dell'amato), ma più grande di tutte è la carità, cioè l'amore.

Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità! 1 Cor 13,13
L'amore è quella forza vitale che sa vincere anche la morte. Gesù risorge perché accetta di donare la sua vita per amore e l'amore non muore.

Anche nella nostra esperienza, quando ci vengono a mancare delle persone care, di loro ricordiamo i gesti di amore.

Così sarà pure per la nostra vita: alla fine sopravviveranno solo i frammenti di amore che avremo saputo vivere. Solo quelli diverranno immortali.

L'amore è esigente: scegliere di amare richiede di coltivare atteggiamenti a volte contrari al nostro orgoglio e alla nostra impazienza.

4La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d'orgoglio, 5non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6non gode dell'ingiustizia ma si rallegra della verità. 7Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. (1 Corinzi 13, 4-7)

Gesù, però, ci insegna che amare - o almeno cercare di farlo al meglio delle nostre possibilità - è l'unica strada che abbiamo per non sprecare la nostra vita.

28Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». 29Gesù rispose: «Il primo è:Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; 30amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. 31Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c'è altro comandamento più grande di questi». (Mc 12, 28-31)
 Buon San Valentino! 


sabato 4 febbraio 2012

Una questione di numeri

Nella Bibbia i numeri hanno un valore simbolico ed è per questo che interpretazioni troppo letterali o non contestualizzate possono portare fuori strada.

Nella cultura ebraica esiste una branca della mistica, chiamata Qabbaláh, dedicata anche allo studio della simbologia numerica.
La Qabbaláh studia la correlazione tra numeri e lettere dell’alfabeto ebraico attraverso un metodo di analisi chiamato ghematrìa.

Anche nel Nuovo Testamento vi sono esempi di utilizzo simbolico dei numeri. Vi propongo quello contenuto nell’ìncipit del Vangelo di Matteo (Mt 1,1-17).

1 Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. 2Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, 3Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, 4Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, 5Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, 6Iesse generò il re Davide. Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Uria, 7Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abia, Abia generò Asaf, 8Asaf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, 9Ozia generò Ioatàm, Ioatàm generò Acaz, Acaz generò Ezechia,10Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia, 11Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.12Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele,13Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, 14Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, 15Eliùd generò Eleazar, Eleazar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, 16Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.17In tal modo, tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo quattordici.

Questo brano, che leggiamo durante la messa vespertina della vigilia del Natale, a prima vista sembra arido e noioso perché riporta una sfilza di nomi strani, per lo più a noi sconosciuti. Dà quasi l’impressione che sia inutile sprecare una messa per leggere un brano così!

In realtà, chi ha avuto esperienza di scrivere qualcosa, sa che le parti più importanti dello scritto sono la conclusione, ma ancor di più l’inizio perché -da lì- il lettore ricava la prima impressione dell’elaborato. Il primo capitolo è chiamato a contenere, in accenno, tutto quanto il lettore scoprirà proseguendo nella lettura.

Ricordiamo che Matteo evangelista era Levi il pubblicano, un ebreo che conosceva bene le Sacre Scritture tanto da citarle spesso nel suo Vangelo, ad uso della sua comunità formata da ebrei convertiti al cristianesimo. A conferma di ciò gli esegeti vedono un ritratto di Matteo in queste parole che l'Evangelista attribuisce a Gesù:
Ed egli [Gesù] disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». (Mt 13,52)
Da tutti questi elementi si capisce che l’inizio del Vangelo di Matteo deve avere un significato ben più denso di quello che appare ad una prima lettura. La ghematrìa ci aiuta a scoprire dei piani di lettura interessanti.

Le prime parole del Vangelo sono:
Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. (Mt 1,1).
Mentre Luca fa risalire la genealogia di Gesù ad Adamo (Lc 3,38), primo uomo, in quanto la sua era una comunità di cristiani convertitesi dal paganesimo, Matteo cita, come primo capostipite di Gesù, Abramo in quanto patriarca del popolo d’Israele.

Matteo evidenzia subito la correlazione tra Gesù e Davide, il più grande re d’Israele, dalla discendenza del quale i profeti avevano predetto sarebbe uscito il Messia, colui che avrebbe liberato il popolo d’Israele.

Significativa è la profezia di Isaia che vede spuntare un germoglio dal tronco di Iesse, padre del re Davide:

1 Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,un virgulto germoglierà dalle sue radici.2Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e d'intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. 3Si compiacerà del timore del Signore. Non giudicherà secondo le apparenzee non prenderà decisioni per sentito dire; 4ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli umili della terra. Percuoterà il violento con la verga della sua bocca,con il soffio delle sue labbra ucciderà l'empio. 5La giustizia sarà fascia dei suoi lombi e la fedeltà cintura dei suoi fianchi. 6Il lupo dimorerà insieme con l'agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà.7La mucca e l'orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. 8Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso. 9Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare.          Isaia 11, 1-9

Il Messia avrà su di sé lo spirito del Signore, e porterà la pace e l’armonia tra gli uomini e nella stessa natura.

Questa era la speranza di ogni buon israelita al tempo della nascita di Gesù: l'avvento del Messia, discendente di Davide, che avrebbe portato la liberazione al popolo e la pace.

Matteo vuole dire, anzi gridare alla sua comunità che Gesù Cristo è proprio il Messia, il figlio di Davide atteso, e lo fa con tutti gli strumenti che ha a disposizione, compreso il significato simbolico dei numeri.

Infatti nel versetto 17 del capitolo 1, al termine della genealogia affermerà:
17In tal modo, tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo quattordici.
La ripetizione per tre volte di una parola è un modo per gli ebrei di dare alla stessa il massimo risalto. Nella lingua ebraica non esiste il superlativo: per crearlo si usa o il genitivo, o la triplice ripetizione della parola. Per fare un esempio mentre noi diciamo "santissimo", un ebreo dice "santo dei santi" oppure "santo santo santo".

Matteo, nel primo capitolo del suo Vangelo, ripete il nome di Davide per ben sei volte, ma non finisce qui.

Ritorniamo al versetto 17 del capitolo 1: qui ad essere citato per 3 volte, cioè ad essere messo all'evidenza del lettore, è il numero 14.

Per gli ebrei le lettere dell'alfabeto hanno una corrispondenza numerica: ad es: Aleph corrisponde a 1, Beth corrisponde a 2, ecc.



Le parole ebraiche nascono formate solo da lettere consonanti, le vocali sono state inserite successivamente e soltanto per facilitare la lettura e la comprensione delle parole.

Ora, secondo questa regola, volendo leggere il nome di Davide senza le vocali, il risultato è DVD.

Nell'alfabeto ebraico la lettera Daleth corrisponde a 4 e la lettera Vau a 6. Sommando il valore numerico delle lettere che compongono il nome di Davide otteniamo

(D)4 + (V)6 + (D)4 = 14

Nel versetto 17 Matteo, attraverso la simbologia dei numeri ripete ancora per 3 volte il nome di Davide, con la conseguenza che nel suo primo capitolo richiama quel nome, mettendolo in relazione a Gesù, per ben 9 volte (3x3!).

Per i suoi lettori, ebreo-cristiani, il messaggio diventava chiarissimo fin dall'inizio: Gesù Cristo di cui parla il Vangelo di Matteo è veramente il Messia atteso, il figlio di Davide.

giovedì 26 gennaio 2012

La santità



Gustatevi questa bellissima riflessione di Padre Alberto Maggi sulla santità!