martedì 3 gennaio 2012
mercoledì 28 dicembre 2011
La storia_Abramo
Nei giorni scorsi abbiamo festeggiato il Natale di Gesù, che divide la storia in un “prima di Cristo” e in un “dopo Cristo”.
Mi è venuto in mente, allora, quanto sia importante conoscere la storia dove si colloca l'esperienza giudeo-cristiana per capire -senza superficialità- la Sacra Scrittura.
Dedicherò, quindi, alcuni post – a partire da questo- per parlare di storia, consapevole che l'esperienza di fede è tale perché abbiamo incontrato Dio nella nostra storia.
A differenza del Dio dei filosofi che si nutre di idee e concetti, il nostro è un Dio così concreto da da scegliere d'incarnarsi nella storia, per cui conoscere la storia significa dotarsi di uno strumento fondamentale per conoscere meglio Dio.
Gli ebrei parlano del loro Dio come del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe.
La storia d'Israele, quindi, inizia con la figura del padre Abramo.
Abramo parte da Ur dei Caldei, nelle vicinanze dell'attuale Nassiriyya, situata sulle rive dell'Eufrate circa 360 km a sud-est di Baghdad (Iraq) intorno al 1850 a.C.
Mi è venuto in mente, allora, quanto sia importante conoscere la storia dove si colloca l'esperienza giudeo-cristiana per capire -senza superficialità- la Sacra Scrittura.
Dedicherò, quindi, alcuni post – a partire da questo- per parlare di storia, consapevole che l'esperienza di fede è tale perché abbiamo incontrato Dio nella nostra storia.
A differenza del Dio dei filosofi che si nutre di idee e concetti, il nostro è un Dio così concreto da da scegliere d'incarnarsi nella storia, per cui conoscere la storia significa dotarsi di uno strumento fondamentale per conoscere meglio Dio.
Gli ebrei parlano del loro Dio come del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe.
La storia d'Israele, quindi, inizia con la figura del padre Abramo.
Abramo parte da Ur dei Caldei, nelle vicinanze dell'attuale Nassiriyya, situata sulle rive dell'Eufrate circa 360 km a sud-est di Baghdad (Iraq) intorno al 1850 a.C.
Abramo è l'uomo della promessa! Già anziano, settantacinquenne, fidandosi di Dio che gli aveva assicurato una discendenza, parte verso Canaan, la terra promessa (Gen 12-13).
Nella vecchiaia Abramo, giunto nella terra promessa, avrà il figlio Isacco dalla moglie Sara che era sterile.
1 Quando Abram ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse:
«Io sono Dio l'Onnipotente:
cammina davanti a me
e sii integro.
2Porrò la mia alleanza tra me e te
e ti renderò molto, molto numeroso».
3Subito Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui:
4«Quanto a me, ecco, la mia alleanza è con te:
diventerai padre di una moltitudine di nazioni.
5Non ti chiamerai più Abram,
ma ti chiamerai Abramo,
perché padre di una moltitudine di nazioni ti renderò.
6E ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te usciranno dei re. 7Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. 8La terra dove sei forestiero, tutta la terra di Canaan, la darò in possesso per sempre a te e alla tua discendenza dopo di te; sarò il loro Dio».
15Dio aggiunse ad Abramo: «Quanto a Sarài tua moglie, non la chiamerai più Sarài, ma Sara. 16Io la benedirò e anche da lei ti darò un figlio; la benedirò e diventerà nazioni, e re di popoli nasceranno da lei».
Gen 17, 1-8. 15-16
Abramo e Sara escono dall'incontro con Dio con nomi nuovi, come a dire che l'esperienza di fede rinnova le persona: non si è più gli stessi di prima, anche se si può ancora sperimentare il dubbio come fu sia per Abramo che per Sara:
17Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e rise e pensò: «A uno di cento anni può nascere un figlio? E Sara all'età di novant'anni potrà partorire?». Gen 17,17
12Allora Sara rise dentro di sé e disse: «Avvizzita come sono, dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!». 13Ma il Signore disse ad Abramo: «Perché Sara ha riso dicendo: «Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia»? 14C'è forse qualche cosa d'impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te tra un anno e Sara avrà un figlio». 15Allora Sara negò: «Non ho riso!», perché aveva paura; ma egli disse: «Sì, hai proprio riso». Gen 18, 12-15
Abramo, che -pur nella fatica- crede alla promessa di Dio, vedrà la nascita del figlio Isacco.
Isacco, a sua volta, avrà due figli: Esaù e Giacobbe (continua).
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sabato 24 dicembre 2011
la Parola e le parole
Ricevo in questi giorni nella mia posta elettronica molti auguri di Buon Natale.
Tanti sono rivolti alle mailing list degli amici e sono tratti da composizioni di autori famosi.
Che un amico si ricordi di te è sempre una gioia, però questa modalità -che pure è impagabile per semplicità di diffusione - mi ha suscitato alcune riflessioni sull’uso delle parole.
La diffusione tramite mailing list ti fa pensare che sei "uno dei tanti". Il testo è identico per me, per te e per l’altro, senza alcuna personalizzazione.
La fretta e lo stress dei nostri tempi non ci hanno ancora tolto il desiderio di un contatto con chi amiamo, ma forse ci hanno già tolto le parole, spingendoci a scegliere testi standard o già scritti da altri.
Sarà per il poco tempo o perché riteniamo di non saper dire cose significative, ma spesso usiamo parole estranee per esprimere i sentimenti che vogliamo trasmettere alle persone che teniamo nel cuore.
Eppure Natale è proprio la festa del Verbo incarnato! Noi siamo discepoli della Parola di Dio che si è fatta uomo!
Le parole che pensiamo vacue (non dicevano i latini verba volant scripta manent?) hanno in realtà una capacità performativa, cioè di trasformare in realtà ciò che affermano.
Come una parola cattiva, detta e ridetta, rende anche noi più cattivi oltre che inquinare l’ambiente in cui la diffondiamo, così una parola buona produce i suoi buoni frutti anche oltre la nostra vita: non ricordiamo, ad esempio, frasi di amici o parenti che sono state particolarmente significative, e così facendo esse beneficano il nostro presente?
Gesù Cristo, Verbo Incarnato, ha rivelato l’amore del Padre per ogni uomo con parole così dense di significato da diventare “evento”: a volte una guarigione, a volte il perdono, comunque sempre la valorizzazione della persona incontrata.
Così come, in principio, la Parola di Dio creò ogni cosa (Gen 1).
L’augurio, quindi, che sento di condividere con voi per questo Natale è quello, in quanto discepoli della Parola di Dio fatta carne, di riscoprire l’importanza e il significato profondo di tutte le parole… anche delle nostre.
Buon Natale a tutti, di cuore!
Tanti sono rivolti alle mailing list degli amici e sono tratti da composizioni di autori famosi.
Che un amico si ricordi di te è sempre una gioia, però questa modalità -che pure è impagabile per semplicità di diffusione - mi ha suscitato alcune riflessioni sull’uso delle parole.
La diffusione tramite mailing list ti fa pensare che sei "uno dei tanti". Il testo è identico per me, per te e per l’altro, senza alcuna personalizzazione.
La fretta e lo stress dei nostri tempi non ci hanno ancora tolto il desiderio di un contatto con chi amiamo, ma forse ci hanno già tolto le parole, spingendoci a scegliere testi standard o già scritti da altri.
Sarà per il poco tempo o perché riteniamo di non saper dire cose significative, ma spesso usiamo parole estranee per esprimere i sentimenti che vogliamo trasmettere alle persone che teniamo nel cuore.
Eppure Natale è proprio la festa del Verbo incarnato! Noi siamo discepoli della Parola di Dio che si è fatta uomo!
Le parole che pensiamo vacue (non dicevano i latini verba volant scripta manent?) hanno in realtà una capacità performativa, cioè di trasformare in realtà ciò che affermano.
Come una parola cattiva, detta e ridetta, rende anche noi più cattivi oltre che inquinare l’ambiente in cui la diffondiamo, così una parola buona produce i suoi buoni frutti anche oltre la nostra vita: non ricordiamo, ad esempio, frasi di amici o parenti che sono state particolarmente significative, e così facendo esse beneficano il nostro presente?
Gesù Cristo, Verbo Incarnato, ha rivelato l’amore del Padre per ogni uomo con parole così dense di significato da diventare “evento”: a volte una guarigione, a volte il perdono, comunque sempre la valorizzazione della persona incontrata.
Così come, in principio, la Parola di Dio creò ogni cosa (Gen 1).
L’augurio, quindi, che sento di condividere con voi per questo Natale è quello, in quanto discepoli della Parola di Dio fatta carne, di riscoprire l’importanza e il significato profondo di tutte le parole… anche delle nostre.
Buon Natale a tutti, di cuore!
1 In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
2Egli era, in principio, presso Dio:
3tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
14E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.Gv 1, 1-3.14
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martedì 20 dicembre 2011
La perla
Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».In questi giorni d'Avvento, nei quali la liturgia ripropone il racconto dell'annunciazione della nascita di Gesù mi è sono venute alla mente coppie di amici che vivono la sofferenza di desiderare un figlio che non arriva.
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.
Lc 1, 26-38
Anch'io ho aspettato del tempo prima di veder realizzato il sogno di un figlio e si tratta di un tempo faticoso.
Una maternità e una paternità desiderate e che non si realizzano sono fonte di grande sofferenza e frustrazione.Si può sperimentare una sensazione di aridità, essere intaccati dalla paura di non saper comunicare vita e che l'amore della coppia, per tanto intenso e significativo, col tempo sbiadisca e perda il suo senso profondo.
In questo contesto, una vita che non arriva è un fallimento, mentre -altre volte- è la vita che arriva a creare sconquassi.
Penso a molte donne che devono affrontare una maternità da sole o che, comunque, da sole allevano i figli.
Ripenso a Maria di Nazareth, al suo incontro con l'Arcangelo Gabriele -tolto dalla cornice dorata della nostra devozione- e intuisco che per questa giovane donna la scelta non sia stata per niente facile.
Quel figlio, che non sarebbe mai stato suo (ma i figli sono mai nostri?), fin da subito ha messo a rischio la sua vita, così come lei l'aveva progettata.
Il suo sì l'ha portata a lasciare alle spalle i suoi punti di vista, la paura del giudizio della gente e del suo promesso sposo. Libertà rischiosa e inaudita: quale donna, in quel tempo, avrebbe disposto così autonomamente della propria vita senza un plàcet dell'uomo di casa, padre o marito che fosse?
Il vero incontro con Dio è sempre esperienza profondamente liberante.
Anche se ha un prezzo, sentiamo che vale la pena pagarlo per non perdere questa perla preziosa che ci fa essere più consapevoli, autentici e liberi.
45Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.Se così non fosse, guardiamo in faccia il “nostro” Dio: potremmo accorgerci che è solo l'immagine riflessa delle nostre paure e dei nostri pregiudizi.
Mt 13, 45-46
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giovedì 15 dicembre 2011
La sorpresa
24Quando gli inviati di Giovanni furono partiti, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? 25Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che portano vesti sontuose e vivono nel lusso stanno nei palazzi dei re. 26Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. 27Egli è colui del quale sta scritto:Ho meditato sulle tre domande che Gesù rivolge alle folle in questo brano proposto dalla liturgia odierna. L'occasione di queste domande è la persona del Battista, ma il nucleo è l'invito a scoprire la motivazione profonda della propria religiosità.
Ecco, dinanzi a te mando il mio messaggero,
davanti a te egli preparerà la tua via.
28Io vi dico: fra i nati da donna non vi è alcuno più grande di Giovanni, ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui. Lc 7, 24-28
Che cosa ci spinge verso Dio ed il sacro? Che cosa speriamo di trovare, di vedere?
Gesù ripete lo stesso invito per tre volte, il che significa che Egli sottolinea l'assoluta importanza di porsi questa domanda. Nella simbologia biblica il numero tre è la perfezione, la completezza e la triplice ripetizione tiene il posto del superlativo che in ebraico non esiste: Santo, Santo, Santo sta a significare Santissimo.
E' fondamentale, quindi, riflettere sulle motivazioni che ci spingono verso Dio: è un modo per conoscere noi stessi, i nostri bisogni e desideri, ma anche l'immagine di Dio che coltiviamo dentro di noi.
La frase finale di Gesù ci avverte, però, che alla fine di questa ricerca ci sarà una sorpresa, perché Dio si rivelerà del tutto diverso da come ce lo saremmo aspettati.
Nel Regno di Dio la nostra scala di valori verrà sovvertita e chi per noi è il più grande sarà più piccolo di chi è minimo.
Quindi un invito forte e ripetuto - quello di Gesù - a conoscere se stessi e i propri perché, ma anche ad aprirsi alla meraviglia di una proposta che sa andare sempre oltre i desideri umani, per tanto grandi e profondi siano.
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mercoledì 7 dicembre 2011
La ricchezza del letame
In quel tempo, Gesù disse:Leggendo questo brano tratto dal Vangelo di Matteo, proposto dalla liturgia di oggi festa di Sant'Ambrogio Vescovo di Milano, ho riflettuto sulla promessa di Gesù che troveremo ristoro per la nostra vita se impareremo da lui la mitezza e l’umiltà.
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero». Mt 11,28-30
E’ come se Gesù ci avvisasse che tante stanchezze e sensi d'oppressione che sperimentiamo nella nostra vita nascono se lasciamo albergare dentro di noi o, peggio, coltiviamo aggressività e superbia, gli opposti della mitezza e dell’umiltà.
La superbia è frutto di un’immagine “gonfiata” di noi che non vuol vedere i difetti e i limiti che ogni essere umano, in quanto tale, sperimenta.
L’aggressività è il frutto dei nostri limiti non accolti che si trasformano in fragilità dalle quali ci difendiamo attaccando gli altri.
L’umiltà è l’atteggiamento dell’essere umano che sa di venire dall'humus cioè dalla terra, e quindi di essere limitato e fragile, ma anche -come la terra- fecondo cioè capace di produrre frutti di bene. Vi ricordate il verso di De André nella canzone “Via del campo” che recita “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”?
I diamanti così perfetti, ma freddi e sterili; il letame così disprezzato eppure così ricco di vita!
La mitezza è l’atteggiamento della persona riconciliata che, proprio in quanto ha accettato se stessa, sa accettare anche gli altri creando spazi di accoglienza.
Mitezza e umiltà non sono atteggiamenti che si possono vivere senza un costo personale: a volte è durissimo rinunciare al proprio orgoglio e dominare la propria aggressività, ma Gesù ci assicura che questo peso è dolce e leggero e che ci permetterà di fare esperienza di ristoro dalle stanchezze e dalle oppressioni che la falsa immagine di noi ci porta a vivere.
La mitezza è l’atteggiamento della persona riconciliata che, proprio in quanto ha accettato se stessa, sa accettare anche gli altri creando spazi di accoglienza.
Mitezza e umiltà non sono atteggiamenti che si possono vivere senza un costo personale: a volte è durissimo rinunciare al proprio orgoglio e dominare la propria aggressività, ma Gesù ci assicura che questo peso è dolce e leggero e che ci permetterà di fare esperienza di ristoro dalle stanchezze e dalle oppressioni che la falsa immagine di noi ci porta a vivere.
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mercoledì 30 novembre 2011
Pescatori di umanità
La chiesa propone il Vangelo della chiamata dei primi discepoli dov'è narrato l'invito di Gesù a seguirlo con la promessa di diventare pescatori di uomini.
18Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. 19E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». 20Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. -21Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò.22Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Mt 4,18-22
Alcuni interpreti propongono una lettura suggestiva sostituendo al termine uomini quello di umanità.
Sì! Gesù promette di farci diventare, se accettiamo di seguirlo, dei pescatori di umanità capaci di scovare in tutte le persone l'umanità che c'è, magari nascosta sotto strati di paura, indifferenza, egoismo, sfiducia...
Capaci di scoprire anche in noi quanto di più umano abbiamo, divenendo consapevoli delle nostre qualità, doni da mettere a disposizione degli altri.
Questa festa mi ha ricordato Vittorio Arrigoni, il pacifista italiano ucciso a Gaza nell'aprile di quest'anno e la frase con cui sempre chiudeva i suoi post: restiamo umani.
Sfida grande, quella di pescare umanità, specie dove la guerra calpesta diritti e sogni.
Anche nella nostra Europa è tempo di una grande scelta: quella di stare dalla parte dell'umanità, resistendo a tutti i sistemi che strozzano la vita delle persone e delle società.
Moni Ovadia - Il senso della vita
Capaci di scoprire anche in noi quanto di più umano abbiamo, divenendo consapevoli delle nostre qualità, doni da mettere a disposizione degli altri.
Questa festa mi ha ricordato Vittorio Arrigoni, il pacifista italiano ucciso a Gaza nell'aprile di quest'anno e la frase con cui sempre chiudeva i suoi post: restiamo umani.
Sfida grande, quella di pescare umanità, specie dove la guerra calpesta diritti e sogni.
Anche nella nostra Europa è tempo di una grande scelta: quella di stare dalla parte dell'umanità, resistendo a tutti i sistemi che strozzano la vita delle persone e delle società.
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