mercoledì 5 dicembre 2012

Luci

Guardo le luci colorate che si riflettono sui vetri della finestra, sullo sfondo buio di una serata di dicembre.

Sarà la mia natura di bastian contrario.

Quando le luminarie sfavillavano mi rifiutavo di unirmi al coro, ora che la crisi ha tolto quasi tutte le luci natalizie dalle nostre case, ho sentito il desiderio -preparando il presepe e l'albero con le mie bimbe- di appiccicare le luci sui vetri della finestra perché si vedessero dalla strada.

Abbiamo bisogno di luce, mai come in questo momento storico, luce che riscaldi e che ci dia una direzione.

La stella cometa è simbolo di questa luce che guida sul cammino verso la scoperta del Bambino Gesù, Stella del mattino, che si fa più luminosa quando la notte è più buia.

Buon Avvento


5 la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l'hanno vinta. (...)
9 Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo. Gv 1, 5.9

mercoledì 3 ottobre 2012

Perfezione



[1] Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l'Oreb.
[2] L'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava.
[3] Mosè pensò: "Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?".
[4] Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: "Mosè, Mosè!". Rispose: "Eccomi!".
[5] Riprese: "Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!".
[6] E disse: "Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe". Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio. (Esodo 3,1-6)
Così, l'atto di togliersi i sandali prima di camminare sul luogo dove si trova il roveto ardente vuole indicare che una realtà santa, per sua stessa natura, non può mai essere posseduta, manipolata, dominata dall'essere umano (…)

In effetti gli essere umani sono a disagio nelle situazioni in cui non sono loro i conduttori e dove quindi la loro parte di vulnerabilità innata viene messa in luce. Questo ci aiuta ancor meglio a capire perché l'esperienza della santità appare particolarmente in contrasto col mondo moderno al punto da diventare incomprensibile a molti nostri contemporanei. (Frére John di Taizé, L'avventura della Santità, 1998, Edizioni Messaggero Padova, pag. 21).


Questa è una parte della riflessione sulla santità di Frére John di Taizé, che prende spunto dal racconto del roveto ardente e dal gesto suggerito da Dio a Mosé di togliersi i sandali.

Ho pensato a quante ansie produce lo sforzo che quotidianamente molti di noi fanno per tenere sotto controllo la propria vita, gli ambienti e le persone che li circondano, e di quanta frustrazione nasce dalla constatazione che, il più delle volte, questo non riesce.

L'incontro con Dio ci aiuta a fare pace con la nostra innata vulnerabilità.

Non siamo perfetti, e per noi questo è un problema! Ma il Signore non ci chiede altra perfezione che quella nell'amore. Il mito della perfezione assoluta cui è sotteso il tentativo di bastare a se stessi, di essere autosufficienti, serve solo ad alimentare il nostro ego che diventa così grande da trasformarsi in una gabbia dove rimaniamo prigionieri, ormai privi della libertà di poterci mostrare nella semplice autenticità di quello che veramente siamo.

[36] Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. (Lc 6,36)
Ricordati, Padre, della tua Chiesa diffusa su tutta la terra: rendila perfetta nell’amore... (Preghiera Eucaristica II)

giovedì 30 agosto 2012

Altrove


Questa mattina, prima del sorgere del sole, sono andata in un paese vicino al mio.

Dovevo fare delle commissioni.

Terminati gli impegni, prima di ripartire sono entrata in chiesa per una visita.


Poche donne nei banchi. Grandi spazi e un altare addobbato per le quarantore.

Dietro l'altare, un enorme drappo rosso, sormontato da una corona che sembrava trapuntata di pietre preziose, scendeva allargandosi verso i lati in mille pieghe.
Sull'altare erano posizionati dei candelabri dorati che si estendevano in una infinità di volute.

Subito ho pensato alla fatica di chi aveva posizionato un'installazione così imponente: è fede anche quella!
Poi è prevalso il senso del “troppo”, quasi da togliere il fiato.

Sono uscita dalla chiesa.

Il sole, appena sorto dalla collina di fronte, sferzava le pietre bianche della scalinata e della piazza, riflettendosi nello zampillo della fontana del paese.

Ho respirato a fondo ed ho pensato a quanto siamo bravi a ricoprire di una moltitudine di ornamenti, fino a renderlo irriconoscibile, quel Gesù di Nazareth che volle essere maestro itinerante senza nemmeno un posto dove posare il capo.

18Vedendo la folla attorno a sé, Gesù ordinò di passare all'altra riva. 19Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, ti seguirò dovunque tu vada». 20Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo». Mt 8, 18-20

Ho intuito come sia bello tornare a seguirlo per le strade, il nostro Maestro, liberi e leggeri, senza strutture e pesi inutili!

Rispetto la fatica e la devozione di coloro che hanno abbellito quella chiesa, ma capisco sempre di più che la fede mi porta altrove.
 

mercoledì 4 luglio 2012

Marco, l'amico di Pietro



Alcune foto che ho scattato questa estate accompagnano la prima parte di questo mio commento ai vangeli letti durante il mese di luglio. Buon ascolto!

mercoledì 20 giugno 2012

Estate

30Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. 31Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po'». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. 32Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Mc 6,30-32
Il primo caldo “africano” di questo inizio estate, con tutta la spossatezza che porta con sé, mi ha fatto ricordare il brano che vi ho proposto alla lettura.

Abbiamo bisogno di una pausa dai ritmi frenetici della quotidianità, soprattutto se non possiamo permetterci una vacanza con tutti i crismi!

Allora cerchiamo di ritagliarci un momento per riposare il fisico e rigenerare mente e spirito accostando la Parola di Dio.

Prendiamoci cinque minuti, magari in mezzo alla natura -se possiamo- oppure in un angolo tranquillo della casa.

Basta meditare poche righe: un detto, una parabola, un episodio della vita di Gesù.

Assaporiamone tutta la ricchezza, ristorandoci come ad una sorgente di acqua zampillante.

E' un “lusso” che possiamo... dobbiamo concederci!

venerdì 8 giugno 2012

Intrighi



Le tristi notizie di questi giorni sugli intrighi di palazzo in Vaticano mi hanno confermato che in materia di fede, come in amore (se ci pensiamo la fede esprime, o dovrebbe esprimere, la nostra risposta d'amore alla proposta d'amore di Dio), non ci sono garanzie. Non basta aver fatto una scelta di adesione all'inizio, serve riconfermarla ogni giorno.

A dispetto di quanto credevo quando ero più giovane, ho compreso col tempo che la scelta della vita religiosa non è, di per sé sola, garanzia di maggior vicinanza a Dio, anzi, in un contesto come il nostro in cui sono “saltati” tutti i ruoli sociali tradizionali, sono maggiormente in crisi le categorie che rivestono i ruoli ritenuti in passato più significativi, tra tutti il pater familias ed il prete!!

Penso inoltre che non a caso spesse volte Gesù ha messo in guardia i suoi discepoli dai rischi nell'indulgere con la ricchezza o col potere. 
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza». Lc 16,13

33Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». 34Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. 35Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti». Lc 9, 33-35 
 Le attuali vicende non fanno altro che confermare le previsioni del Signore Gesù, che ha scelto il servizio ai fratelli come fine e anche come mezzo. Significativo è il brano delle tentazioni dove il diavolo cerca di convincere Gesù a fare il bene ma usando i suoi metodi, e riceve da Gesù un rifiuto categorico.
1 Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. 2Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. 3Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane». 4Ma egli rispose: «Sta scritto:
Non di solo pane vivrà l'uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
5Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio 6e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti:
Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo
ed essi ti porteranno sulle loro mani
perché il tuo piede non inciampi in una pietra».
7Gesù gli rispose: «Sta scritto anche:
Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».
8Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria 9e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». 10Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti:
Il Signore, Dio tuo, adorerai:
a lui solo renderai culto».
11Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano. Mt 4, 1-11 

La lezione dell'amara cronaca di questi giorni è quindi quella di tornare sempre alla fonte, a Gesù Cristo Signore, e all'insegnamento che ci ha dato con la sua Parola e con la sua vita, ricordandoci che la sua ricetta d'amore, l'unica che sa renderci autenticamente felici, ci richiede sempre di invertire la scala dei valori rispetto alla ricetta di affermazione personale che ci propone la mentalità corrente, ne fosse portatore anche un cardinale!

sabato 2 giugno 2012

Sete



Questa mattina mi sono presa un momento per me.

Mi sono seduta all'aperto. 

L'aria frizzante della notte si mescolava al tepore del primo sole. Profumo intenso di gelsomini e di erba bagnata di rugiada.

Ieri è stata una giornata difficile, di tensioni sul lavoro. 

Ho respirato a pieni polmoni e ho sentito forte la sete. Di armonia, di pace, di Te.

Apro il Vangelo e leggo che cammini nel tempio, luogo che dovrebbe essere di preghiera e di meditazione, ed incontri contestazioni e discussioni (anche Tu ha vissuto tante tensioni!).

27Andarono di nuovo a Gerusalemme. E, mentre egli camminava nel tempio, vennero da lui i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani 28e gli dissero: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l'autorità di farle?». 29Ma Gesù disse loro: «Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. 30Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi». 31Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: «Dal cielo», risponderà: «Perché allora non gli avete creduto?». 32Diciamo dunque: «Dagli uomini»?». Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. 33Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo». E Gesù disse loro: «Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose». (Mc 11,27-33)

E mi torna forte la sete di autenticità, di essenzialità. Basta parole inutili, parole vuote!

Sento il canto degli uccellini. Oggi è festa, il rumore delle auto non riesce a soffocarlo... 

Avverto la vita che scorre nella natura, nel mio respiro calmo.

Anticipo di paradiso!



Ha sete di te, Signore, l’anima mia.

O Dio, tu sei il mio Dio,
dall’aurora io ti cerco,
ha sete di te l’anima mia,
desidera te la mia carne
in terra arida, assetata, senz’acqua.

Così nel santuario ti ho contemplato,
guardando la tua potenza e la tua gloria.
Poiché il tuo amore vale più della vita,
le mie labbra canteranno la tua lode.

Così ti benedirò per tutta la vita:
nel tuo nome alzerò le mie mani.
Come saziato dai cibi migliori,
con labbra gioiose ti loderà la mia bocca. (Sal 62)

domenica 27 maggio 2012

Pentecoste



Ieri, una giornata ventosa ha annunciato la festa di Pentecoste.

Mai come ora abbiamo bisogno che lo Spirito Santo venga veramente nelle nostre vite e nelle nostre società.

Lo Spirito Santo non si vede ma si vedono i suoi frutti che, come San Paolo ci ricorda, sono amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; (Gal 5,22)

Belle sono anche le invocazioni allo Spirito Santo contenute nella sequenza:

lava ciò che è sordido,
bagna ciò che è arido,
sana ciò che sanguina;
piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
drizza ciò che è sviato.

A volte mi chiedo se credo veramente e fino in fondo che lo Spirito Santo sia forza capace di tanto cambiamento!
Mi rendo conto.. che no! Spesso di fronte a situazioni difficili, cristallizzate, dove sono in gioco mentalità radicate, interessi egoistici, o poteri così forti da apparire invincibili non credo che lo Spirito possa scardinare lo status quo.

Poi mi ricordo che solo un peccato Gesù ha dichiarato imperdonabile: quello contro lo Spirito Santo

Chiunque parlerà contro il Figlio dell'uomo, gli sarà perdonato; ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo, non sarà perdonato. (Lc 12,10)

E allora mi viene necessariamente da rilanciare la fiducia chiedendo allo Spirito Santo di scendere ancora una volta a colmare quello che manca alla mia fede.

Perché non può che essere così! Perché sentiamo nelle fibre nel nostro essere che è per l'amore e l'armonia che siamo stati creati.
Non può che essere così. Anche contro tutte le apparenze...

domenica 20 maggio 2012

Terremoto


Il periodo corrispondente al 12 Giorno e alla 12 Notte della 9 Onda (8 aprile-13 maggio 2012) riguarderà invece la preparazione a questa svolta verso la Verità, quindi potrà essere un periodo di crisi, intesa come facoltà di scelta (prese di posizione contrarie all’Unità da parte di coloro che la temono per via della paura della perdita del potere accumulato nel tempo, e questo a tutti i livelli). Il controllo sta perdendo colpi, perché il grande controllore, la mente, sta cedendo dentro ognuno di noi. È il passaggio dal Subconscio (condizionamenti) alla Coscienza Collettiva (Libertà). Ciò ha un costo, il non pensarci limitati, ovvero unicamente macchine materiali. In effetti siamo macchine biologiche, raffinatissime (causa efficiente), ma allo stesso tempo deriviamo da un'Intelligenza Universale (causa finale).

Questo brano è tratto da un post contenuto nel blog di Marco Fardin, un Naturopata esperto di calendari Maya.

Mi ci sono imbattuta stamane, dopo un nottata agitata dal terremoto che ha investito l'Italia del Nord, che sarebbe avvenuto in un giorno, il 20 maggio 2012, considerato significativo secondo -appunto- il calendario Maya.

Mi ha fatto riflettere il concetto di Coscienza Collettiva che crea -o meglio è- libertà e che, secondo questa visione, starebbe maturando velocemente negli uomini di tutta la terra.

Ho accostato questa Coscienza Collettiva alla seconda lettura di oggi - festa dell'Ascensione- nella quale San Paolo parla dell'insieme dei cristiani che, nella diversità, formano il Corpo di Cristo.

1 Io dunque, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, 2con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell'amore, 3avendo a cuore di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. 4Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; 5un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. 6Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti.
7A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. 8Per questo è detto:
Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri,
ha distribuito doni agli uomini.
9Ma cosa significa che ascese, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? 10Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose.
11Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri,12per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, 13finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all'uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo. (Efesini 4,1-13)

Potremmo dire che il Corpo di Cristo è la coscienza collettiva, o meglio il vissuto cosciente di piena umanità: quella che ci ha insegnato con la sua vita Cristo; una umanità così piena da poter essere vissuta in tutta la sua ricchezza solo insieme agli altri.

Nelle sue riflessioni Marco Fardin afferma che comunque stiamo andando verso un cambiamento. A noi la scelta se seguire il flusso di energia che porterà l'unità a prevalere sulla divisione, la spiritualità sul materialismo, la cura sul dominio del creato, oppure resistere, rischiando alla fine di subire il cambiamento e non di viverlo da protagonisti.

Come cristiana spero per me e per i miei fratelli credenti che questo tempo di cambiamenti e di nuova coscienza ci faccia scoprire sempre più in profondità il messaggio evangelico, del Dio Padre di Gesù Cristo che ci ha indicato la strada della felicità nell'amore per gli altri ed in particolare per quelli in difficoltà ed esclusi.

L'incontro e la conoscenza sempre più autentica di Gesù Cristo ci aiuti a togliere tutte le incrostazioni dottrinali, dogmatiche, ideologiche, con cui nei secoli abbiamo imbrattato l'immagine di Dio, come Lui ce l'aveva rivelata, passando dalla “difesa” della fede a vivere l'amore autentico.

Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità! (1Cor 13,13)

lunedì 7 maggio 2012

Amare con i fatti


18Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. 19In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, 20qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa.
1Gv 3,18-20 

Queste parole di San Giovanni evangelista mi hanno colpito al cuore ieri mentre ascoltavo la Messa.

Hanno una forza tagliente, sono come una folata di vento che ti sveglia dal torpore e ti costringe ad affinare la mente e i sensi.

Quante volte mi sono trovata confusa davanti a certe situazioni e persone: a parole tutto bello ma sentivo dentro di me che qualcosa non andava, anche se non avrei saputo dire cosa.

Che potere di fascinazione hanno le parole: se usate con maestria sanno convincere gli altri e.. anche noi stessi!

Eppure la frase di San Giovanni ci sprona a passare ai fatti e alla verità, come se le sole parole e la lingua non fossero dalla parte della verità.

Quindi essenzialità e concretezza! Saper esserci quando gli altri hanno bisogno di noi!

Se sapremo amare veramente, non conteranno gli eventuali errori che potremo fare e i sensi di colpa che potremo provare perché l'Amore, che è Dio, è più grande del nostro cuore.
L'invito, quindi, è ad “osare” sulla via dell'amore, non facendoci mai frenare dalla paura di sbagliare.

martedì 17 aprile 2012

Vento


Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. 2Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui».3Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio».
4Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?».5Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio.6Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. 7Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall'alto. 8Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito». Gv 3,1-7

Questo brano del Vangelo di Giovanni che stiamo leggendo in questi giorni pasquali mi ha fatto pensare all'intenso desiderio di novità che sento nell'aria in questo nostro tempo.

Stiamo vivendo la fine di un'era caratterizzata dal dominio assoluto del mercato che ha finito per stritolare nei suoi ingranaggi fette sempre maggiori di popolazione, togliendo linfa vitale all'economia reale e allo stato sociale.

Fino a qualche tempo fa, ed ancora oggi per molti, sembrava una strada a senso unico senza nessuna possibilità di discostarsi da uno schema obbligato.
Ho accostato questo atteggiamento alla figura di Nicodemo e alla sua “vecchiaia” di spirito oltre che di fisico, che lo ha rinchiuso nella paura (esce di notte per non essere visto) ma che non è riuscita a spegnere completamente la sua sete di novità che intravede realizzata in Gesù.
Sente, quindi, il bisogno di sapere di più di quel giovane Rabbi, di incontrarlo e di sentirlo parlare. Ma quando Gesù gli propone di rinascere, Nicodemo non capisce, non accetta che da vecchi si possa avere l'opportunità di cambiare, di rinnovarsi.
Gesù gli prospetta la via dello Spirito che senti soffiare ma non sai dove viene né dove va.

Questa immagine mi ha richiamato alla mente i segnali del cambiamento che si sentono già nell'aria anche se -ancora- non sappiamo bene dove questo cambiamento ci porterà.

Sentiamo, però, che non è più tempo di cose vecchie, non è più tempo di nascondersi nella notte. Ora è tempo di rinascere, di cercare strade nuove, di osare, di volare alto imitando lo Spirito.




martedì 3 aprile 2012

Presunzioni e pregiudizi


36Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». 37Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». 38Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m'abbia rinnegato tre volte. Gv 13, 36-38
 
Eccoci nella Settimana Santa dove siamo invitati a guardare Gesù che arriva a esprimere l’amore di Dio per l’uomo fino a morirne.

Avvicinarci a questa fonte di luce, rende più chiaro a noi stessi chi siamo. A volte dobbiamo incontrare la sofferenza per capire fino a che punto sappiamo amare, se la nostra pianta ha radici salde oppure si secca al primo sole.

Pietro parla con generosità, entusiasmo e… presunzione! Lui presume di poter dare la vita e così sarà, ma dovrà fare ancora molta strada nella fede imparando ad amare dal Signore Risorto.

Se vediamo la vita di Pietro capiamo che il Signore lo ha invitato sempre a lasciare indietro presunzioni e preguidizi per aprirsi sempre di più agli altri e allo Spirito Santo, Spirito d’Amore che soffia dove vuole, e non dove vorremmo noi!

8Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito». (Gv 3,8)
Emblematico è l’episodio di Cornelio, pagano, straniero, nemico! Secondo i parametri del buon ebreo uomo assolutamente indegno a diventare discepolo del Signore Gesù. Pietro, però, dovrà arrendersi alla fiamma dello Spirito che battezzerà Cornelio e la sia famiglia prima che lo riesca a fare lui! Pietro così si giustificherà rispetto alla comunità di Gerusalemme… come a spiegare che lo Spirito lo ha costretto ad andare oltre le sue convinzioni e le sue credenze!


25Mentre Pietro stava per entrare, Cornelio gli andò incontro e si gettò ai suoi piedi per rendergli omaggio. 26Ma Pietro lo rialzò, dicendo: «Àlzati: anche io sono un uomo!». 27Poi, continuando a conversare con lui, entrò, trovò riunite molte persone 28e disse loro: «Voi sapete che a un Giudeo non è lecito aver contatti o recarsi da stranieri; ma Dio mi ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo. 29Per questo, quando mi avete mandato a chiamare, sono venuto senza esitare. Vi chiedo dunque per quale ragione mi avete mandato a chiamare». 30Cornelio allora rispose: «Quattro giorni or sono, verso quest'ora, stavo facendo la preghiera delle tre del pomeriggio nella mia casa, quando mi si presentò un uomo in splendida veste 31e mi disse: «Cornelio, la tua preghiera è stata esaudita e Dio si è ricordato delle tue elemosine. 32Manda dunque qualcuno a Giaffa e fa' venire Simone, detto Pietro; egli è ospite nella casa di Simone, il conciatore di pelli, vicino al mare». 33Subito ho mandato a chiamarti e tu hai fatto una cosa buona a venire. Ora dunque tutti noi siamo qui riuniti, al cospetto di Dio, per ascoltare tutto ciò che dal Signore ti è stato ordinato».
34Pietro allora prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, 35ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga. 36Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d'Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti. 37Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; 38cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. 39E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, 40ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, 41non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. 42E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. 43A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome».
44Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola. 45E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; 46li sentivano infatti parlare in altre lingue e glorificare Dio. Allora Pietro disse: 47«Chi può impedire che siano battezzati nell'acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?». 48E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Quindi lo pregarono di fermarsi alcuni giorni. (Atti 10,25-46)

L’augurio, allora, per questa Settimana Santa e per questa Pasqua è che l’incontro con Gesù Cristo Signore ci permetta di conoscere noi stessi fino in fondo e, come per Pietro, ci insegni a correre gioiosi sulla strada dell’amore, lasciando dietro di noi i pesi inutili dell’orgoglio, del pregiudizio e della presunzione.

Buona Pasqua a tutti!

martedì 20 marzo 2012

Grandi e piccoli


Come le altre guide e fondatori di religioni, Gesù sperimentò la Realtà Ultima come potenza dell'amore. Ciò che però costituiva lo specifico dell'esperienza di Gesù era che questo Dio, che ama tutti, nutre un amore particolare, forse possiamo dire “preferenziale” o più urgente, per quelle persone che in ogni società sono state calpestate, emarginate, trascurate, o sfruttate. Gesù incarnava questo amore insistente, preferenziale per i poveri, gli affamati, gli emarginati, al punto di morire come uno di loro. E, come uno di loro, sarebbe stato eliminato il giorno in cui si fosse azzardato a svegliarsi e a criticare i poteri dominati. Il Dio incarnato in Gesù soffre non soltanto per le vittime del mondo: questo Dio soffre come loro e con loro. Penso si possa dire che in questo stia il contributo originale che i cristiani possono fornire al dialogo con altre religioni. 
Questo brano che vi propongo si trova nel libro di Paul Knitter “Senza Buddha non potrei essere cristiano”, Fazi Editore, pagg. 166-167, di cui vi ho offerto uno spunto anche qualche post fa.

Mi sembra una riflessione molto attuale in un momento, come questo, in cui sempre più persone vivono, a causa della crisi economica, situazioni di disagio e di disperazione.

In questo momento, come non mai, noi cristiani laici -insieme alla gerarchia della Chiesa- dovremmo essere espressione dell'amore preferenziale di Gesù per i poveri e i calpestati.

Vedo invece, e ne sono turbata, che le gerarchie della nostra Chiesa Cattolica in questo tempo difficile sono come silenti. Non sembrano partecipare al dramma di tanti fedeli, se non con parole che suonano lontane e formali.

Rifletto allora che se un cambiamento, una conversione della nostra Chiesa ci sarà, potrà partire solo dal basso, come fu al tempo di Gesù.
Anche allora le grandi decisioni passavano per i circuiti dei re, dei sommi sacerdoti e degli anziani del popolo, ma Dio scelse una ragazzina di una cittadina sperduta per far nascere il suo Figlio Unigenito.

Gesù, durante la sua vita, pur interessando molto i grandi che lo volevano incontrare (vedi l'incontro con Nicodemo o la curiosità suscitata in Pilato), scelse di condividere la sua vita con la gente del popolo, coi peccatori e le prostitute, coi malati, tutte persone emarginate, insegnando ai sui discepoli che la vera grandezza sta nel servizio dei fratelli.

26Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. (Luca 22,26) 
Chiediamo al Signore di convertire il nostro cuore e di farci diventare veramente suoi discepoli.

Buona Quaresima a tutti.












mercoledì 29 febbraio 2012

Padre Nostro



Questa mattina ho riletto con occhi nuovi la preghiera del Padre nostro.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe». Mt 6,7-15


Che bello l'invito che il Signore ci rivolge a non sprecare parole con Dio.
E' come se Gesù ci dicesse: almeno davanti a Dio rilassati!
Non avere l'ansia di apparire al meglio; sentiti libero, te stesso, tranquillo sapendo queste cose.

Dio è un genitore amorevole, che si prende cura non solo di te ma di tutti gli uomini (è nostro, infatti!).

Nel desiderio -fatto preghiera- della santificazione del nome di Dio, della venuta del suo Regno e della realizzazione della volontà di Dio c'è espressa non solo la speranza, ma anche l'impegno di ogni credente affinché la terra, oltre che il cielo, diventi uno spazio dove tutti possano vivere la dimensione della festa, cioè della vita gioiosa, piena, realizzata (e non solo pochi che guardano indifferenti la miseria di molti): non ha, forse, Gesù stesso paragonato il Regno dei cieli ad una festa di nozze?

C'è la richiesta del pane, cioè di ciò che serve a nutrire la nostra vita, ma di un pane quotidiano che, quindi, non prevede accumuli. La ricchezza accumulata è sempre sottratta agli altri e, come la manna nel deserto, è destinata a marcire!

(…) Avevano raccolto secondo quanto ciascuno poteva mangiarne. 19Mosè disse loro: «Nessuno ne faccia avanzare fino al mattino». 20Essi non obbedirono a Mosè e alcuni ne conservarono fino al mattino; ma vi si generarono vermi e imputridì. (Esodo 16, 18-19) 




Arriva poi la richiesta di essere perdonati, ma anche la disponibilità a perdonare. Argomento delicato, a volte ostico il perdono, eppure solo lasciando la presa dal rancore possiamo aprirci al futuro e abbandonare al nostro passato il dolore della ferita subita. Il Signore sa che di fronte all'amarezza di certe sofferenze il perdono non è un percorso umanamente proponibile. Va chiesto come dono a Dio. Eppure ci invita a fidarci e a lasciare il cuore aperto a una disponibilità che va oltre le nostre capacità.

Parafrasando la frase del padre del ragazzo epilettico in Marco 9,24:“Credo; aiuta la mia incredulità!” potremmo dire: “Signore vorrei perdonare, ma sono troppo ferito. Aiuta il mio dolore!”

Infine la richiesta di non sentirci abbandonati nella tentazione, di non vivere la lontananza di Dio nei momenti in cui sembra prevalere il male, la prepotenza, la sopraffazione, la violenza.

Qui salgono alla mente le immagini di Gesù nel Getzemani e sulla croce: “il Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato” (Mt 27,46; Mc 15,34). I bravi commentatori si affrettano a spiegare che si tratta della citazione di un salmo, per cui Gesù non gridava il suo abbandono, ma invocava suo Padre.

Io penso che sia vero e questo e quello... non bisogna avere paura di ammettere che anche per gli uomini e le donne di fede può arrivare il momento in cui la lontananza di Dio si fa sentire e, normalmente, questo coincide con momenti abitati dalla sofferenza. Ecco! Gesù sa che questi momenti possono capitare e ci invita a rivolgerci a un Dio che è Padre chiedendogli di liberarci dal male.

Amen!

Sì! Così sia.

giovedì 23 febbraio 2012

Scintille

Quando agiamo egoisticamente, quando bramiamo, quando cerchiamo di possedere e trattenere qualcosa come nostro, quando ci rifiutiamo di lasciare la presa, in tutte queste occasioni stiamo agendo in modo contrario al funzionamento naturale delle cose. E' come nuotare controcorrente o cercare di acchiappare e di tenere in mano un uccello in volo. L'egoismo produce frizione e volano scintille dolorose quando sfrega contro la realtà dal verso sbagliato, sicché per il buddhismo esso non è tanto peccaminoso, quanto stupido. (Però, esattamente come per i cristiani, produce sofferenza per sé e per gli altri). Non è che i buddhisti si oppongano al godimento della compagnia delle altre persone o delle cose, ci mettono soltanto in guardia dal cercare di trattenerle e dal pensare che siano di nostra proprietà. Non appena ci comporteremo così, infatti, voleranno scintille, con il risultato di ferire le persone. 

Questa bella riflessione sulle conseguenze dell'egoismo è tratta dal libro di Paul Knitter “Senza Buddha non potrei essere cristiano” Fazi Editore, 2011, pag. 14.

L'autore, prete cattolico, si è convertito al buddhismo per poi tornare ad essere cristiano, portandosi in dote, nel “riattraversare la frontiera”, tutta la profondità della spiritualità buddhista alla luce della quale anche la figura di Cristo risulta arricchita di significati.

La riflessione sugli effetti nefasti dell'egoismo nasce dalla consapevolezza che, nel divenire continuo della realtà, tutti gli esseri umani e senzienti sono collegati tra loro e con la natura in un continuo movimento che non può essere fermato, pena creare “scintille” di sofferenza.


Anche Gesù ha spesso indicato come ricetta di felicità la scelta di “lasciar andare”, (una parola più familiare alla spiritualità cristiana direbbe “rinunciare”) le cose e le situazioni che, se da una parte ci danno un senso di sicurezza, dall'altra ci fanno schiavi ed infelici.

A questo proposito illuminante è l'episodio dell'uomo ricco.

17Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». 18Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 19Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». 20Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». 21Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». 22Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. (Mc 10,17-22)

Il protagonista è un “bravo” ragazzo che tenta di vivere generosamente la sua vita di fede, ma non sa rinunciare alle sicurezze identificate coi suoi molti beni che diventeranno la sua prigione di infelicità.

E' difficile scegliere di non difendere le proprie posizioni, lasciandosi scorrere nel verso della realtà, eppure è la strada che sia Buddha che Gesù Cristo ci indicano per vivere una vita realizzata.

Alla luce di questa riflessione acquista nuovo significato la frase di Gesù:
33Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva. (Lc 17,33) 

martedì 14 febbraio 2012

San Valentino

Oggi è la festa degli innamorati!

Auguri a tutti quelli che vivono l'esperienza bellissima ed esaltante dell'innamoramento.

L'innamoramento è quello stato dell'essere in cui tutti i canali di comunicazione sono aperti a ricevere dall'altro. Non c'è chiusura, non c'è sospetto. Tutto è fiducia, emozione, intensità.

Ogni essere senziente è fatto per l'amore: anche piante ed animali godono nell'essere amati.
L'essere umano ancora di più. Avendo coscienza di se stesso si realizza nel dare e ricevere amore.

Se, come ci ricorda Genesi, l'uomo è fatto ad immagine di Dio

27E Dio creò l'uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò:
maschio e femmina li creò. (Gen 1,27)

e Dio, come dice Giovanni Evangelista, è amore
Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. (1Gv 4,8)
allora noi siamo fatti per essere amati ed amare.

Non importa ciò che facciamo nella vita e i risultati che raggiungiamo: non riusciremo a sperimentare pace e gioia se non per mezzo dell'amore.

1 Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita.2E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla.3E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.(1 Cor 13, 1-3)
San Paolo nella splendida prima lettera ai Corinzi appena citata ricorda che le virtù più grandi sono fede, speranza e carità (termine usato per tradurre il greco "agape" cioè l'amore oblativo che sa donarsi per il bene dell'amato), ma più grande di tutte è la carità, cioè l'amore.

Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità! 1 Cor 13,13
L'amore è quella forza vitale che sa vincere anche la morte. Gesù risorge perché accetta di donare la sua vita per amore e l'amore non muore.

Anche nella nostra esperienza, quando ci vengono a mancare delle persone care, di loro ricordiamo i gesti di amore.

Così sarà pure per la nostra vita: alla fine sopravviveranno solo i frammenti di amore che avremo saputo vivere. Solo quelli diverranno immortali.

L'amore è esigente: scegliere di amare richiede di coltivare atteggiamenti a volte contrari al nostro orgoglio e alla nostra impazienza.

4La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d'orgoglio, 5non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6non gode dell'ingiustizia ma si rallegra della verità. 7Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. (1 Corinzi 13, 4-7)

Gesù, però, ci insegna che amare - o almeno cercare di farlo al meglio delle nostre possibilità - è l'unica strada che abbiamo per non sprecare la nostra vita.

28Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». 29Gesù rispose: «Il primo è:Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; 30amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. 31Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c'è altro comandamento più grande di questi». (Mc 12, 28-31)
 Buon San Valentino! 


sabato 4 febbraio 2012

Una questione di numeri

Nella Bibbia i numeri hanno un valore simbolico ed è per questo che interpretazioni troppo letterali o non contestualizzate possono portare fuori strada.

Nella cultura ebraica esiste una branca della mistica, chiamata Qabbaláh, dedicata anche allo studio della simbologia numerica.
La Qabbaláh studia la correlazione tra numeri e lettere dell’alfabeto ebraico attraverso un metodo di analisi chiamato ghematrìa.

Anche nel Nuovo Testamento vi sono esempi di utilizzo simbolico dei numeri. Vi propongo quello contenuto nell’ìncipit del Vangelo di Matteo (Mt 1,1-17).

1 Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. 2Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, 3Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, 4Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, 5Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, 6Iesse generò il re Davide. Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Uria, 7Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abia, Abia generò Asaf, 8Asaf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, 9Ozia generò Ioatàm, Ioatàm generò Acaz, Acaz generò Ezechia,10Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia, 11Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.12Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele,13Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, 14Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, 15Eliùd generò Eleazar, Eleazar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, 16Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.17In tal modo, tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo quattordici.

Questo brano, che leggiamo durante la messa vespertina della vigilia del Natale, a prima vista sembra arido e noioso perché riporta una sfilza di nomi strani, per lo più a noi sconosciuti. Dà quasi l’impressione che sia inutile sprecare una messa per leggere un brano così!

In realtà, chi ha avuto esperienza di scrivere qualcosa, sa che le parti più importanti dello scritto sono la conclusione, ma ancor di più l’inizio perché -da lì- il lettore ricava la prima impressione dell’elaborato. Il primo capitolo è chiamato a contenere, in accenno, tutto quanto il lettore scoprirà proseguendo nella lettura.

Ricordiamo che Matteo evangelista era Levi il pubblicano, un ebreo che conosceva bene le Sacre Scritture tanto da citarle spesso nel suo Vangelo, ad uso della sua comunità formata da ebrei convertiti al cristianesimo. A conferma di ciò gli esegeti vedono un ritratto di Matteo in queste parole che l'Evangelista attribuisce a Gesù:
Ed egli [Gesù] disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». (Mt 13,52)
Da tutti questi elementi si capisce che l’inizio del Vangelo di Matteo deve avere un significato ben più denso di quello che appare ad una prima lettura. La ghematrìa ci aiuta a scoprire dei piani di lettura interessanti.

Le prime parole del Vangelo sono:
Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. (Mt 1,1).
Mentre Luca fa risalire la genealogia di Gesù ad Adamo (Lc 3,38), primo uomo, in quanto la sua era una comunità di cristiani convertitesi dal paganesimo, Matteo cita, come primo capostipite di Gesù, Abramo in quanto patriarca del popolo d’Israele.

Matteo evidenzia subito la correlazione tra Gesù e Davide, il più grande re d’Israele, dalla discendenza del quale i profeti avevano predetto sarebbe uscito il Messia, colui che avrebbe liberato il popolo d’Israele.

Significativa è la profezia di Isaia che vede spuntare un germoglio dal tronco di Iesse, padre del re Davide:

1 Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,un virgulto germoglierà dalle sue radici.2Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e d'intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. 3Si compiacerà del timore del Signore. Non giudicherà secondo le apparenzee non prenderà decisioni per sentito dire; 4ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli umili della terra. Percuoterà il violento con la verga della sua bocca,con il soffio delle sue labbra ucciderà l'empio. 5La giustizia sarà fascia dei suoi lombi e la fedeltà cintura dei suoi fianchi. 6Il lupo dimorerà insieme con l'agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà.7La mucca e l'orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. 8Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso. 9Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare.          Isaia 11, 1-9

Il Messia avrà su di sé lo spirito del Signore, e porterà la pace e l’armonia tra gli uomini e nella stessa natura.

Questa era la speranza di ogni buon israelita al tempo della nascita di Gesù: l'avvento del Messia, discendente di Davide, che avrebbe portato la liberazione al popolo e la pace.

Matteo vuole dire, anzi gridare alla sua comunità che Gesù Cristo è proprio il Messia, il figlio di Davide atteso, e lo fa con tutti gli strumenti che ha a disposizione, compreso il significato simbolico dei numeri.

Infatti nel versetto 17 del capitolo 1, al termine della genealogia affermerà:
17In tal modo, tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo quattordici.
La ripetizione per tre volte di una parola è un modo per gli ebrei di dare alla stessa il massimo risalto. Nella lingua ebraica non esiste il superlativo: per crearlo si usa o il genitivo, o la triplice ripetizione della parola. Per fare un esempio mentre noi diciamo "santissimo", un ebreo dice "santo dei santi" oppure "santo santo santo".

Matteo, nel primo capitolo del suo Vangelo, ripete il nome di Davide per ben sei volte, ma non finisce qui.

Ritorniamo al versetto 17 del capitolo 1: qui ad essere citato per 3 volte, cioè ad essere messo all'evidenza del lettore, è il numero 14.

Per gli ebrei le lettere dell'alfabeto hanno una corrispondenza numerica: ad es: Aleph corrisponde a 1, Beth corrisponde a 2, ecc.



Le parole ebraiche nascono formate solo da lettere consonanti, le vocali sono state inserite successivamente e soltanto per facilitare la lettura e la comprensione delle parole.

Ora, secondo questa regola, volendo leggere il nome di Davide senza le vocali, il risultato è DVD.

Nell'alfabeto ebraico la lettera Daleth corrisponde a 4 e la lettera Vau a 6. Sommando il valore numerico delle lettere che compongono il nome di Davide otteniamo

(D)4 + (V)6 + (D)4 = 14

Nel versetto 17 Matteo, attraverso la simbologia dei numeri ripete ancora per 3 volte il nome di Davide, con la conseguenza che nel suo primo capitolo richiama quel nome, mettendolo in relazione a Gesù, per ben 9 volte (3x3!).

Per i suoi lettori, ebreo-cristiani, il messaggio diventava chiarissimo fin dall'inizio: Gesù Cristo di cui parla il Vangelo di Matteo è veramente il Messia atteso, il figlio di Davide.

giovedì 26 gennaio 2012

La santità



Gustatevi questa bellissima riflessione di Padre Alberto Maggi sulla santità!

lunedì 16 gennaio 2012

L'astuzia non basta!

Volendo condensare in alcuni brani biblici la vita di Giacobbe, figlio di Isacco e padre dei dodici patriarchi che daranno origine alle 12 tribù d'Israele, proporrei questi:

Nascita di Giacobbe Gen 25, 19-28
Giacobbe nasce secondogenito in un parto gemellare che vede come primogenito il fratello Esaù.

Il suo nome ha un'assonanza con la parola ebraica 'aqeb che significa calcagno per ricordare il dettaglio di Giacobbe nascente che stringe il tallone del fratello maggiore Esaù. Alla madre Rebecca, perplessa perché sentiva i figli lottare nel suo grembo, Dio aveva già predetto che il figlio maggiore avrebbe servito il più piccolo.

Esaù cede la primogenitura Gen 25, 29-34
Esaù, tornando affamato dalla campagna, chiede al fratello Giacobbe un piatto della minestra di lenticchie che questi aveva cucinato. Giacobbe acconsente a sfamare il fratello, ma in cambio chiede -ottenendolo- che questi gli venda la sua primogenitura.

Giacobbe carpisce la benedizione di suo padre Isacco Gen 27
Giacobbe, con la complicità della madre Rebecca -che lo prediligeva- e approfittando della cecità del padre Isacco, ne carpisce la benedizione fingendosi il fratello Esaù. Questo significa che sarà lui a portare avanti la discendenza di Abramo. Il progetto di Dio riesce a passare anche attraverso le pieghe delle meschinità e degli inganni umani.

Il sogno della scala Gen 28, 10-22
Giacobbe giunto in un luogo che chiamerà Betel (Casa di Dio) sogna una scala che poggia sulla terra e ha la cima in cielo e sulla quale salgono e scendono gli angeli di Dio: alcuni Padri della Chiesa hanno visto in questo sogno di Giacobbe una prefigurazione dell'incarnazione di Gesù Cristo, ponte gettato tra terra e cielo.

La lotta al guado dello Iabbok Gen 32, 23-33
E' il momento in cui i nodi vengono al pettine!
Giacobbe si sta preparando all'incontro col fratello Esaù, ed è spaventato perché sa di averlo ingannato.

Egli fa passare il torrente Iabbok alle mogli, ai figli e a tutti i suoi averi, rimanendo da solo ad attendere Esaù.



Durante la notte e fino allo spuntare dell'aurora la bibbia racconta che Giacobbe lottò con un “uomo” che, per vincerlo, lo colpirà all'articolazione del femore.
Giacobbe, questa volta, il colpo basso lo subisce!
Egli però non desiste dalla lotta e chiede di essere benedetto dal suo avversario.
Questi, che Giacobbe comprenderà essere Dio, lo benedirà non prima di avergli cambiato il nome:
 “Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!” (Gen 32,29)
Il Giacobbe che esce dall'incontro/scontro con Dio è un uomo diverso da prima e questo cambiamento è simboleggiato dal nuovo nome. Egli, famoso per la sua astuzia, ora è ferito e ridimensionato.

 Un cenno del tutto particolare merita, a questo punto, la figura del fratello Esaù.

Abbiamo lasciato Giacobbe/Israele ferito e spaventato in attesa del fratello che avanza alla testa dei suoi uomini. Egli teme l'ira di Esaù, che sa di meritare. Cerca di imbonirlo coi metodi astuti che lo avevano sempre caratterizzato (anche l'incontro con Dio non ci fa perdere automaticamente in nostri “vizi”): i regali, il mostrarsi ossequioso!

Esaù, però, lo spiazza! 
Ma Esaù gli corse incontro, lo abbracciò, gli si gettò al collo lo baciò e piansero       (Gen 33,4)
A Giacobbe non era bastato aver lottato e vinto su Dio: solo l'amore totale e disinteressato del fratello riesce a convertirlo veramente. Le loro lacrime che si mescolano dimostrano che l'amore è riuscito a fare breccia nel cuore dell'uomo astuto e spregiudicato!

L'atteggiamento di Esaù richiama alla mente un altro abbraccio famoso: quello del padre misericordioso a figliol prodigo raccontato nel vangelo di Luca:


Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò (Lc 15,20).
Grazie quindi a Giacobbe/Israele perchè ha portato avanti la benedizione di Dio, ma grazie anche ad Esaù che col suo gesto ha anticipato l'amore di Dio, Padre amoroso, che sarà pienamente rivelato in Gesù.