mercoledì 28 dicembre 2011

La storia_Abramo

Nei giorni scorsi abbiamo festeggiato il Natale di Gesù, che divide la storia in un “prima di Cristo” e in un “dopo Cristo”.

Mi è venuto in mente, allora, quanto sia importante conoscere la storia dove si colloca l'esperienza giudeo-cristiana per capire -senza superficialità- la Sacra Scrittura.

Dedicherò, quindi, alcuni post – a partire da questo- per parlare di storia, consapevole che l'esperienza di fede è tale perché abbiamo incontrato Dio nella nostra storia.

A differenza del Dio dei filosofi che si nutre di idee e concetti, il nostro è un Dio così concreto da da scegliere d'incarnarsi nella storia, per cui conoscere la storia significa dotarsi di uno strumento fondamentale per conoscere meglio Dio.

Gli ebrei parlano del loro Dio come del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe.

La storia d'Israele, quindi, inizia con la figura del padre Abramo.

Abramo parte da Ur dei Caldei, nelle vicinanze dell'attuale Nassiriyya, situata sulle rive dell'Eufrate circa 360 km a sud-est di Baghdad (Iraq) intorno al 1850 a.C.

 



Abramo è l'uomo della promessa! Già anziano, settantacinquenne, fidandosi di Dio che gli aveva assicurato una discendenza, parte verso Canaan, la terra promessa (Gen 12-13).

Nella vecchiaia Abramo, giunto nella terra promessa, avrà il figlio Isacco dalla moglie Sara che era sterile.

1 Quando Abram ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse:
«Io sono Dio l'Onnipotente:
cammina davanti a me
e sii integro.
2Porrò la mia alleanza tra me e te
e ti renderò molto, molto numeroso».
3Subito Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui:
4«Quanto a me, ecco, la mia alleanza è con te:
diventerai padre di una moltitudine di nazioni.
5Non ti chiamerai più Abram,
ma ti chiamerai Abramo,
perché padre di una moltitudine di nazioni ti renderò.
6E ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te usciranno dei re. 7Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. 8La terra dove sei forestiero, tutta la terra di Canaan, la darò in possesso per sempre a te e alla tua discendenza dopo di te; sarò il loro Dio».

15Dio aggiunse ad Abramo: «Quanto a Sarài tua moglie, non la chiamerai più Sarài, ma Sara. 16Io la benedirò e anche da lei ti darò un figlio; la benedirò e diventerà nazioni, e re di popoli nasceranno da lei».

Gen 17, 1-8. 15-16

Abramo e Sara escono dall'incontro con Dio con nomi nuovi, come a dire che l'esperienza di fede rinnova le persona: non si è più gli stessi di prima, anche se si può ancora sperimentare il dubbio come fu sia per Abramo che per Sara:

17Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e rise e pensò: «A uno di cento anni può nascere un figlio? E Sara all'età di novant'anni potrà partorire?». Gen 17,17

12Allora Sara rise dentro di sé e disse: «Avvizzita come sono, dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!». 13Ma il Signore disse ad Abramo: «Perché Sara ha riso dicendo: «Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia»? 14C'è forse qualche cosa d'impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te tra un anno e Sara avrà un figlio». 15Allora Sara negò: «Non ho riso!», perché aveva paura; ma egli disse: «Sì, hai proprio riso». Gen 18, 12-15

Abramo, che -pur nella fatica- crede alla promessa di Dio, vedrà la nascita del figlio Isacco.

Isacco, a sua volta, avrà due figli: Esaù e Giacobbe (continua).

sabato 24 dicembre 2011

la Parola e le parole

Ricevo in questi giorni nella mia posta elettronica molti auguri di Buon Natale.

Tanti sono rivolti alle mailing list degli amici e sono tratti da composizioni di autori famosi.

Che un amico si ricordi di te è sempre una gioia, però questa modalità -che pure è impagabile per semplicità di diffusione - mi ha suscitato alcune riflessioni sull’uso delle parole.

La diffusione tramite mailing list ti fa pensare che sei "uno dei tanti". Il testo è identico per me, per te e per l’altro, senza alcuna personalizzazione.

La fretta e lo stress dei nostri tempi non ci hanno ancora tolto il desiderio di un contatto con chi amiamo, ma forse ci hanno già tolto le parole, spingendoci a scegliere testi standard o già scritti da altri.

Sarà per il poco tempo o perché riteniamo di non saper dire cose significative, ma spesso usiamo parole estranee per esprimere i sentimenti che vogliamo trasmettere alle persone che teniamo nel cuore.

Eppure Natale è proprio la festa del Verbo incarnato! Noi siamo discepoli della Parola di Dio che si è fatta uomo!

Le parole che pensiamo vacue (non dicevano i latini verba volant scripta manent?) hanno in realtà una capacità performativa, cioè di trasformare in realtà ciò che affermano.
Come una parola cattiva, detta e ridetta, rende anche noi più cattivi oltre che inquinare l’ambiente in cui la diffondiamo, così una parola buona produce i suoi buoni frutti anche oltre la nostra vita: non ricordiamo, ad esempio, frasi di amici o parenti che sono state particolarmente significative, e così facendo esse beneficano il nostro presente?

Gesù Cristo, Verbo Incarnato, ha rivelato l’amore del Padre per ogni uomo con parole così dense di significato da diventare “evento”: a volte una guarigione, a volte il perdono, comunque sempre la valorizzazione della persona incontrata.

Così come, in principio, la Parola di Dio creò ogni cosa (Gen 1).

L’augurio, quindi, che sento di condividere con voi per questo Natale è quello, in quanto discepoli della Parola di Dio fatta carne, di riscoprire l’importanza e il significato profondo di tutte le parole… anche delle nostre.

Buon Natale a tutti,  di cuore!

1 In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio 
e il Verbo era Dio. 
2Egli era, in principio, presso Dio: 
3tutto è stato fatto per mezzo di lui 
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. 
14E il Verbo si fece carne 
e venne ad abitare in mezzo a noi; 
e noi abbiamo contemplato la sua gloria, 
gloria come del Figlio unigenito 
che viene dal Padre, 
pieno di grazia e di verità. 
         Gv 1, 1-3.14

martedì 20 dicembre 2011

La perla

Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.
Lc 1, 26-38
In questi giorni d'Avvento, nei quali la liturgia ripropone il racconto dell'annunciazione della nascita di Gesù mi è sono venute alla mente coppie di amici che vivono la sofferenza di desiderare un figlio che non arriva.
Anch'io ho aspettato del tempo prima di veder realizzato il sogno di un figlio e si tratta di un tempo faticoso.

Una maternità e una paternità desiderate e che non si realizzano sono fonte di grande sofferenza e frustrazione.
Si può sperimentare una sensazione di aridità, essere intaccati dalla paura di non saper comunicare vita e che l'amore della coppia, per tanto intenso e significativo, col tempo sbiadisca e perda il suo senso profondo.

In questo contesto, una vita che non arriva è un fallimento, mentre -altre volte- è la vita che arriva a creare sconquassi.
Penso a molte donne che devono affrontare una maternità da sole o che, comunque, da sole allevano i figli.

Ripenso a Maria di Nazareth, al suo incontro con l'Arcangelo Gabriele -tolto dalla cornice dorata della nostra devozione- e intuisco che per questa giovane donna la scelta non sia stata per niente facile.

Quel figlio, che non sarebbe mai stato suo (ma i figli sono mai nostri?), fin da subito ha messo a rischio la sua vita, così come lei l'aveva progettata. 

Il suo sì l'ha portata a lasciare alle spalle i suoi punti di vista, la paura del giudizio della gente e del suo promesso sposo. Libertà rischiosa e inaudita: quale donna, in quel tempo, avrebbe disposto così autonomamente della propria vita senza un plàcet dell'uomo di casa, padre o marito che fosse?

Il vero incontro con Dio è sempre esperienza profondamente liberante.
Anche se ha un prezzo, sentiamo che vale la pena pagarlo per non perdere questa perla preziosa che ci fa essere più consapevoli, autentici e liberi. 
45Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Mt 13, 45-46
Se così non fosse, guardiamo in faccia il “nostro” Dio: potremmo accorgerci che è solo l'immagine riflessa delle nostre paure e dei nostri pregiudizi.

giovedì 15 dicembre 2011

La sorpresa

24Quando gli inviati di Giovanni furono partiti, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? 25Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che portano vesti sontuose e vivono nel lusso stanno nei palazzi dei re. 26Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. 27Egli è colui del quale sta scritto: 
Ecco, dinanzi a te mando il mio messaggero,
davanti a te egli preparerà la tua via.
28Io vi dico: fra i nati da donna non vi è alcuno più grande di Giovanni, ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui. Lc 7, 24-28
Ho meditato sulle tre domande che Gesù rivolge alle folle in questo brano proposto dalla liturgia odierna. L'occasione di queste domande è la persona del Battista, ma il nucleo è l'invito a scoprire la motivazione profonda della propria religiosità.

Che cosa ci spinge verso Dio ed il sacro? Che cosa speriamo di trovare, di vedere? 

Gesù ripete lo stesso invito per tre volte, il che significa che Egli sottolinea l'assoluta importanza di porsi questa domanda. Nella simbologia biblica il numero tre è la perfezione, la completezza e la triplice ripetizione tiene il posto del superlativo che in ebraico non esiste: Santo, Santo, Santo sta a significare Santissimo. 

E' fondamentale, quindi, riflettere sulle motivazioni che ci spingono verso Dio: è un modo per conoscere noi stessi, i nostri bisogni e desideri, ma anche l'immagine di Dio che coltiviamo dentro di noi.

La frase finale di Gesù ci avverte, però, che alla fine di questa ricerca ci sarà una sorpresa, perché Dio si rivelerà del tutto diverso da come ce lo saremmo aspettati. 

Nel Regno di Dio la nostra scala di valori verrà sovvertita e chi per noi è il più grande sarà più piccolo di chi è minimo.

Quindi un invito forte e ripetuto - quello di Gesù - a conoscere se stessi e i propri perché, ma anche ad aprirsi alla meraviglia di una proposta che sa andare sempre oltre i desideri umani, per tanto grandi e profondi siano.

mercoledì 7 dicembre 2011

La ricchezza del letame

In quel tempo, Gesù disse:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero». Mt 11,28-30
Leggendo questo brano tratto dal Vangelo di Matteo, proposto dalla liturgia di oggi festa di Sant'Ambrogio Vescovo di Milano, ho riflettuto sulla promessa di Gesù che troveremo ristoro per la nostra vita se impareremo da lui la mitezza e l’umiltà.

E’ come se Gesù ci avvisasse che tante stanchezze e sensi d'oppressione che sperimentiamo nella nostra vita nascono se lasciamo albergare dentro di noi o, peggio, coltiviamo aggressività e superbia, gli opposti della mitezza e dell’umiltà.

La superbia è frutto di un’immagine “gonfiata” di noi che non vuol vedere i difetti e i limiti che ogni essere umano, in quanto tale, sperimenta.

L’aggressività è il frutto dei nostri limiti non accolti che si trasformano in fragilità dalle quali ci difendiamo attaccando gli altri.

L’umiltà è l’atteggiamento dell’essere umano che sa di venire dall'humus cioè dalla terra, e quindi di essere limitato e fragile, ma anche -come la terra- fecondo cioè capace di produrre frutti di bene. Vi ricordate il verso di De André nella canzone “Via del campo” che recita “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”? 
I diamanti così perfetti, ma freddi e sterili; il letame così disprezzato eppure così ricco di vita!

La mitezza è l’atteggiamento della persona riconciliata che, proprio in quanto ha accettato se stessa, sa accettare anche gli altri creando spazi di accoglienza.

Mitezza e umiltà non sono atteggiamenti che si possono vivere senza un costo personale: a volte è durissimo rinunciare al proprio orgoglio e dominare la propria aggressività, ma Gesù ci assicura che questo peso è dolce e leggero e che ci permetterà di fare esperienza di ristoro dalle stanchezze e dalle oppressioni che la falsa immagine di noi ci porta a vivere.



mercoledì 30 novembre 2011

Pescatori di umanità


Oggi è la festa di Andrea apostolo, il fratello di Simon Pietro. Auguri a tutti quelli e quelle che ne portano il nome!!

La chiesa propone il Vangelo della chiamata dei primi discepoli dov'è narrato l'invito di Gesù a seguirlo con la promessa di diventare pescatori di uomini.

18Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. 19E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». 20Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. -21Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò.22Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Mt 4,18-22

Alcuni interpreti propongono una lettura suggestiva sostituendo al termine uomini quello di umanità.
Sì! Gesù promette di farci diventare, se accettiamo di seguirlo, dei pescatori di umanità capaci di scovare in tutte le persone l'umanità che c'è, magari nascosta sotto strati di paura, indifferenza, egoismo, sfiducia...

Capaci di scoprire anche in noi quanto di più umano abbiamo, divenendo consapevoli delle nostre qualità, doni da mettere a disposizione degli altri.

Questa festa mi ha ricordato Vittorio Arrigoni, il pacifista italiano ucciso a Gaza nell'aprile di quest'anno e la frase con cui sempre chiudeva i suoi post: restiamo umani.
Sfida grande, quella di pescare umanità, specie dove la guerra calpesta diritti e sogni.

Anche nella nostra Europa è tempo di una grande scelta: quella di stare dalla parte dell'umanità, resistendo a tutti i sistemi che strozzano la vita delle persone e delle società.

Moni Ovadia - Il senso della vita

venerdì 25 novembre 2011

I bambini e il Bambino


Nella notte o Dio
noi veglieremo
con le lampade
vestiti a festa
presto arriverai
e sarà giorno.
Domenica prossima sarà la prima di avvento.

Ho voluto proporvi il ritornello di un famoso canto d'avvento perché contiene un sunto dei temi chiave di questo tempo forte.

Avvento fa riferimento ad un evento che deve accadere e quindi all'attesa che vi è legata. Da qui il tema della vigilanza cioè dello stare svegli nella notte.

La notte, spazio che simboleggia l'attesa della luce, è un tempo di oscurità e di fatica ma anche un tempo in cui ci si può raccogliere, ritrovare se stessi nel silenzio, lontano dal fiume di frastuono che caratterizza le nostre giornate.

Se si ha la costanza di vegliare, la notte è un tempo in cui si può vivere una fruttuosa intimità con Dio.

Certo, servono le lampade che nella simbologia biblica richiamano la stessa Parola di Dio


Lampada per i miei passi è la tua parola,
luce sul mio cammino Sal 119, 105

Ritagliarsi qualche momento di silenzio per ascoltare la parola di Dio può essere la proposta per un ottimo cammino d'avvento.

Il canto, poi, continua col presentimento di una attesa breve perché presto sarà giorno, o meglio l'arrivo del Signore farà sorgere il giorno.

Qui ho ripensato al celeberrimo prologo del Vangelo di Giovanni, brano altamente teologico nel quale è condensato tutto il Vangelo nell'immagine evocativa della lotta tra luce e tenebre, 
4In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
5la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l'hanno vinta.
6Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
7Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
8Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
9Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Gv 1, 4-9

Infine il tema della festa l'ho ritrovato nella gioia dello sguardo trasognato delle mie bimbe che contemplano il presepe con le sue luci colorate che brillano nella notte.

Sguardi di bambini che guardano il Bambino, Verbo Incarnato, e ci ricordano che il Regno dei cieli è di quelli che sono come loro.
Allora Gesù li chiamò a sé e disse: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno di Dio. Lc 18,16
Buon Avvento a tutti!

mercoledì 16 novembre 2011

Il colosso dai piedi d'argilla



31Tu stavi osservando, o re, ed ecco una statua, una statua enorme, di straordinario splendore, si ergeva davanti a te con terribile aspetto. 32Aveva la testa d'oro puro, il petto e le braccia d'argento, il ventre e le cosce di bronzo, 33le gambe di ferro e i piedi in parte di ferro e in parte d'argilla. 34Mentre stavi guardando, una pietra si staccò dal monte, ma senza intervento di mano d'uomo, e andò a battere contro i piedi della statua, che erano di ferro e d'argilla, e li frantumò. 35Allora si frantumarono anche il ferro, l'argilla, il bronzo, l'argento e l'oro e divennero come la pula sulle aie d'estate; il vento li portò via senza lasciare traccia, mentre la pietra, che aveva colpito la statua, divenne una grande montagna che riempì tutta la terra. (Daniele 2,31-35) 

Ho ripensato a questo brano tratto dal profeta Daniele domenica sera quanto Silvio Berlusconi se n'è andato tra i fischi e il giubilo della piazza.

Ho riflettuto su quanto sia ingannevole la ricerca spasmodica del successo e dell'affermazione personale. 

Ingannevole per chi vi assiste perché il colosso sembra invincibile.
Ingannevole per chi la vive perché quella minuscola pietra va a colpire proprio l'unica parte debole di tutta la grande costruzione!

Degno epilogo di una vicenda di delega in bianco all'uomo forte nell'ingenua speranza di poter demandare le proprie responsabilità e la propria salvezza ad una creatura umana.

La Parola di Dio però ci ricorda, riferendosi al Signore Gesù Cristo, che
In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati». (Atti 4,12) 
 Affidare la propria salvezza ad un uomo è un percorso che lascia dietro di sé solo macerie e lunghi tempi di ricostruzione, come la storia ci ha innumerevoli volte insegnato... inutilmente!

martedì 8 novembre 2011

Un gioco da bambini...

 Nel gioco il bambino non si propone di raggiungere nulla, non ha alcun scopo. Non mira ad altro che a esplicare le sue forze giovanili, a espandere la sua vita , nella forma disinteressata dei movimenti, delle parole, delle azioni, e con ciò a crescere , a diventar sempre più perfettamente se stesso. (…) Agire liturgicamente significa diventare, col sostegno della grazia, sotto la guida della Chiesa, vivente opera d'arte dinanzi a Dio, con nessun altro scopo se non d'essere e vivere proprio sotto lo sguardo di Dio; significa  compiere la parola del Signore e “diventare come bambini”; rinunciando, una volta per sempre a essere adulti che vogliono agire sempre con finalità determinate per decidersi a giocare, come faceva Davide quando danzava dinanzi all'Arca dell'alleanza.

Questa riflessione si trova nel testo di Romano Guardini “Lo spirito della liturgia. I santi segni”, Morcelliana, 2000, pagg. 77, 81-82.

Romano Guardini (1885-1968) fu un teologo italiano naturalizzato tedesco esponente del movimento liturgico nato nei primi anni del XX secolo che si proponeva una rivalutazione della liturgia, scoprendone i profondi significati teologici al di là del ritualismo.

Mi piace la valorizzazione che Guardini fa della dimensione giocosa e gratuita della liturgia e della vita. 

Tendenzialmente, siamo portati a pensare che ciò che non ha uno scopo immediato e pratico, non sia importante.

Invece il Signore Gesù ci insegna che la gratuità è la scelta per una vita realizzata.

Il nostro Dio è proprio uno “sprecone”! Pensate alle nozze di Cana dove trasforma in vino raffinatissimo l'acqua contenuta in 6 giare, ciascuna di una capacità variabile dagli 80 ai 120 litri!! E ormai quando la festa di nozze sta per finire, come nota il maestro di tavola dopo aver assaggiato il vino!
6Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. 7E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le giare»; e le riempirono fino all'orlo. 8Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. 9E come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo 10e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un pò brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono». (Gv 2, 6-10).
Non a caso Gesù stesso paragona il regno di Dio ad un banchetto di nozze reali: immaginate quale gioia ed abbondanza! (Mt 22,2)

Così dovrebbe essere per noi quando partecipiamo alla Santa Messa: un gioco, dice Romano Guardini, dove sperimentiamo la gioia di agire senza uno scopo utilitaristico, ma solo per esplicare la nostra umanità ed espandere la nostra vita; un banchetto di nozze, dice Gesù, dove sperimentare la gioia di stare insieme e l'abbondanza della mensa e del vino, simbolo di quel “di più” che va oltre lo stretto necessario e che dà qualità alla vita. Perché al Signore Gesù Cristo non basta che viviamo, ma desidera che viviamo pienamente realizzati.

               Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza
               (Gv 10,10)

Ma... i nostri visi esprimono questa gioia quando usciamo dalla Messa?

mercoledì 2 novembre 2011

Il tempo della consapevolezza

In questi giorni le notizie politico-economiche mi lasciano confusa.

Gli indicatori sono gravemente negativi ma nessuno dei nostri governanti sembra disposto a fare un esame di coscienza e ad assumersi la responsabilità di scelte per fronteggiare questa débâcle che sta trascinando nel baratro un intero paese.

Ho assistito allibita ad un talk show dove politici di opposti schieramenti continuavano a rinfacciarsi situazioni pregresse come già molte altre volte in passato, chiusi in una coazione a ripetere che esprimeva soltanto la totale inconsapevolezza del momento particolarmente difficile che richiederebbe lucidità, serietà e dedizione al bene comune.

Fondamentalmente ho colto un arroccamento, fino alla negazione della realtà, di persone che continuano in questa deriva perché ne traggono comunque vantaggio, non lasciandosi interpellare neppure dal prospettato imminente disastro.

Ho ripensato alla parabola di Lazzaro e del ricco epulone.

19C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. 20Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, 21bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. 22Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. 24Allora gridando disse: «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». 25Ma Abramo rispose: «Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. 26Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi». 27E quello replicò: «Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, 28perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento». 29Ma Abramo rispose: «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro». 30E lui replicò: «No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno». 31Abramo rispose: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti»». (Luca 16, 19-31)

Il ricco epulone è così sicuro e comodo nella situazione che vive che non vuole nemmeno accorgersi del povero che sta ad elemosinare alla sua porta. La parabola non mette in evidenza tanto la cattiveria del ricco, quanto la sua indifferenza.

La povertà, la fame, nel nostro occidente sono sempre state percepite “lontane” per cui, anche sapendo che esistevano, potevamo di fatto ignorarle, in una beata inconsapevolezza che -al massimo- lasciava spazio a qualche gesto caritativo.

Gli immigrati, che in questi ultimi decenni ci hanno sfiorato sulle strade delle nostre città, li abbiamo lasciati andare al loro destino accompagnandoli con uno sguardo a volte di pietà, a volte di fastidio.

Ora però tocca a noi sperimentare, come fu per il ricco epulone, le fiamme di una speculazione finanziaria che ci sta mangiando gli spazi di una vita serena e dignitosa: ci sembra impossibile che nessuno venga ad aiutarci, che non si sia spazio per un sollievo, ma ora si sta avvicinando per noi il tempo dell'indifferenza degli altri.

Come in un gioco di immedesimazione a cui la parabola invita, mi piace pensare che viviamo la situazione dei fratelli del ricco epulone, i quali hanno ancora una chance di salvezza purché sappiano aprire gli occhi sulla realtà e sappiano fare delle scelte consapevoli e amorevoli verso l'altro, verso il bene comune. Nella parabola l'invito è a lasciarsi guidare in questo percorso dalla parola di Dio, Luce del cammino.

Per noi cristiani la Parola è una Persona, il nostro Signore Gesù Cristo che ci ha insegnato che
il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti (Mc 10,45).

Che bello se dalle ceneri di questa crisi nascessero nuovi politici ispirati a questo principio.

E' un sogno??

Il nostro Dio, su questo sogno, si è giocato la vita e ci ha insegnato a fare altrettanto!

martedì 1 novembre 2011

la vita eterna



In occasione della festa di Tutti i Santi vi propongo una piccola riflessione sulla vita eterna partendo dallo spunto di un brano tratto da "L'anima e il suo destino" di Vito Mancuso.

Mi scuso per la voce afona dovuta ad un malanno di stagione.

Buon ascolto e buona festa di Ognissanti!

mercoledì 26 ottobre 2011

Dei tipi eccentrici

Non è la religione che salva: non è la legge, il tempio, la circoncisione; non sono i sacramenti, la Messa, i rosari, i pellegrinaggi, le indulgenze, la Bibbia. Ciò che salva è la coscienza pura e la vita buona che ne consegue, è l'adesione incondizionata dell'anima al bene, alla verità, alla giustizia. Tutto il senso della predicazione di Gesù sta qui, nel togliere dal centro la religione e nel porre al suo posto la coscienza autentica (vedi Luca 18, 9-14).

Il brano citato è tratto dal libro di Vito Mancuso “L'anima e il suo destino”, Raffaello Cortina Editore, 2007, pag. 176.

Questo autore mi affascina per la freschezza con cui sa parlare di fede, invitando i suoi lettori ad assaporare il gusto di una vita da discepoli autentici del Maestro Gesù.

Ho collegato questa sua frase al Vangelo di domenica scorsa nel quale Gesù spiega all'esperto della legge, che lo interroga per metterlo alla prova, qual è il comandamento più grande: 
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
( Mt 22, 34-40)

L'amore è veramente l'unico requisito per essere veri discepoli del Signore Gesù Cristo.

Se così è, ve ne sono alcuni di inconsapevoli ed altri che, credendo di esserlo, non lo sono.

Ma la sorpresa finale sarà tutta dovuta alla nostra disattenzione alle indicazioni che il Maestro ci ha ripetutamente dato:
Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori. (Matteo 9,13)

Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. 32Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, 33e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 34Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, 35perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, 36nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». 37Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? 38Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? 39Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». 40E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». 41Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, 42perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, 43ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato». 44Anch'essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». 45Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me». 46E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna». (Matteo 25, 31-46)
Spesse volte consumiamo molte delle nostre energie a rispettare precetti religiosi o a coltivare la nostra ascesi personale, anziché ad amare Dio amando gli uomini e le donne che incontriamo nella nostra vita.

Energie sprecate dietro alla paura di non essere a posto davanti a Dio o dietro all'orgoglio spirituale di sentirsi a posto di fronte a Lui.

Gesù ci insegna ad essere “eccentrici” - ex-centrici, col centro al di fuori di noi -  a non fare del nostro ombelico il centro del mondo, ma a guardare con amore verso l'altro... verso l'Altro.



giovedì 13 ottobre 2011

Esserci!

Questa sera la navigazione mi ha portata ad incontrare più di un blog che genitori e nonni dedicano ai loro figli e nipoti morti in circostanze tragiche.

Ho pensato a quanto sia assurdo il dolore. Sempre, ma in special modo quello innocente.

“Perché?” è la prima parola che sale alle labbra.
Perché accade tutto questo?

Quante volte si è tentato, specie nei discorsi “religiosi” di dare una spiegazione ai drammi che accadono, siano una morte o una malattia:
“vedrai che sarà per un bene più grande... la tua sofferenza salverà tante anime”, e frasi simili.

Queste “giustificazioni”, oltre a sapere di “falso”, rischiano di ferire profondamente chi vive la sofferenza, trasmettendo l'immagine blasfema di un dio che ha bisogno di vedere soffrire un uomo per salvarne un altro.

Giobbe, tra le sue tante sfortune, ebbe anche quella di avere degli amici che, per consolarlo, lo affliggevano con tutta una serie di giustificazioni “ingiustificabili”.

17Perciò, beato l'uomo che è corretto da Dio:
non sdegnare la correzione dell'Onnipotente,
18perché egli ferisce e fascia la piaga,
colpisce e la sua mano risana. (Gb 5,17-18)

Giobbe, però, non sa che farsene del dio che gli mostra il suo amico Elifaz, un dio che sembra punire chi ama. Se è così, pensa Giobbe, è meglio che dio non lo “ami” di questo amore “mortale”. Piuttosto che avere un dio così è preferibile morire!

17Che cosa è l'uomo perché tu lo consideri grande
e a lui rivolga la tua attenzione
18e lo scruti ogni mattina
e ad ogni istante lo metta alla prova?
19Fino a quando da me non toglierai lo sguardo
e non mi lascerai inghiottire la saliva?
21Perché non cancelli il mio peccato
e non dimentichi la mia colpa?
Ben presto giacerò nella polvere
e, se mi cercherai, io non ci sarò!». (Gb 7,17-19.21)

Le parole ruvide del sofferente sono viste dal secondo amico, Bidad, come una bestemmia verso dio. La sofferenza di Giobbe è senz'altro frutto del suo peccato perché il dio onnipotente e giusto non può lasciare in balia dell'iniquità chi è senza peccato!

Giobbe però, nella sua saggezza, sa che il dolore colpisce rei e innocenti, e che l'idea di un dio giudice finisce per schiacciare l'uomo:

15Se sono colpevole, guai a me!
Ma anche se sono giusto, non oso sollevare il capo,
sazio d'ignominia, come sono, ed ebbro di miseria.
16Se lo sollevo, tu come un leone mi dai la caccia
e torni a compiere le tue prodezze contro di me, (Gb 10, 15-16)

Anche il terzo amico, Zofar, pensa di avere la diagnosi giusta per il dolore di Giobbe ed è quella di dire che l'uomo non può capire i piani di Dio. Giobbe, oltre ad essere sofferente, è anche presuntuoso perché vuole capire il perché del suo dolore, ma Dio non si può capire:

7Credi tu di poter scrutare l'intimo di Dio
o penetrare la perfezione dell'Onnipotente?
8È più alta del cielo: che cosa puoi fare?
È più profonda del regno dei morti: che cosa ne sai? (Gb 11,7-8)

Chissà perché, ma di fronte al dolore - come gli amici di Giobbe- ci sentiamo obbligati a giustificare, a dire, a spiegare.
Forse perché è troppo scandaloso il dolore...
Ma le parole non bastano, anzi non servono!!

Alla fine Dio rimprovererà gli amici di Giobbe per aver detto su di Lui cose non vere.

Dopo che il Signore ebbe rivolto queste parole a Giobbe, disse a Elifaz di Teman: «La mia ira si è accesa contro di te e contro i tuoi due amici, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe. 8Prendete dunque sette giovenchi e sette montoni e andate dal mio servo Giobbe e offriteli in olocausto per voi. Il mio servo Giobbe pregherà per voi e io, per riguardo a lui, non punirò la vostra stoltezza, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe».
(Gb 42,7-8).

Di fronte alla sofferenza rimane solo la presenza solidale, che sa com-patire cioé condividere il dolore.

In altre parole… esserci!

P.S. Questo post è dedicato a Ornella Gemini, mamma di  Niki Aprile Gatti, e alla sua lotta per conoscere la verità sulla morte del figlio.  

giovedì 29 settembre 2011

Il setaccio e il ventilabro

Oggi è la festa dei Santi Arcangeli!
Auguri di buon onomastico a tutti coloro che ne portano il nome, anche alla mia secondogenita: auguri tesoro!



Oggi volevo condividere con voi una riflessione che mi è nata leggendo il vangelo, o meglio leggendolo aggiungendovi due versetti (Gv 1, 45-46) che precedono il brano scelto dalla liturgia odierna (Gv 1, 47-51).

45Filippo trovò Natanaele e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». 46Natanaele gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi». 47Gesù intanto, visto Natanaele che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità». 48Natanaele gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l'albero di fichi». 49Gli replicò Natanaele: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!». 50Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l'albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!». 51Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell'uomo». (Gv 1, 45-51)
All'annuncio entusiastico di Filippo che racconta l'incontro con una persona che l'ha profondamente colpito, Natanaèle risponde con un pregiudizio. Non conosce ancora Gesù, ma l'ha già giudicato sulla base di uno schema mentale che si porta dentro e che, come una lente offuscata, gli fa vedere la realtà in modo distorto.

Interessante è che, al contrario, quando Gesù lo incontra per la prima volta lo apprezza pur non conoscendolo. Infatti Natanaèle ne rimane stupito!

In entrambi i casi vi è un giudizio, ma completamente diversi sono gli strumenti utilizzati per arrivarci.

Natanaèle usa il setaccio, lasciando andare il buono che potrebbe nascondersi nella persona di Gesù e trattenendo il negativo, concretizzato nel suo pregiudizio verso i nazaretani.

Gesù usa il ventilabro, lasciando volare via “la pula” dei difetti di Natanaele, e trattenendo “il grano” cioé le sue potenzialità di uomo autentico.

Gesù apprezza Natanaèle come un Israelita in cui non c'è falsità. In realtà il pregiudizio del futuro apostolo lo porta a una visione falsa. Gesù però lascia andare il giudizio negativo, trattenendo e valorizzando la potenzialità di autenticità che c'è in Natanaèle.

Se è vero, come dicono teorie psicologiche, che il giudizio degli altri ci condiziona fino a farci in certa misura diventare come gli altri ci vedono, è stupendo pensare che il nostro Dio ci vede sempre nella nostra possibilità migliore.

Uno sguardo intenso che coglie tutte le nostre potenzialità di bene e le rende possibili, oltre le incrostazioni del nostro egoismo e dei nostri pregiudizi, oltre la nostra stessa consapevolezza.

giovedì 8 settembre 2011

Buon compleanno Maria!

Oggi si festeggia il compleanno di Maria di Nazareth!

Fino a qualche anno fa mi sentivo più cristologica che mariana. In realtà non mi attirava un'immagine mariana troppo pietistica, vedere la Madonna sempre dentro un santino, afflitta e con uno sguardo che avrebbe dovuto trasmettere il suo spirito meditativo, ma che a me sembrava solo triste.

Anche la festa di oggi rischia facilmente di essere fraintesa.
Maria infatti, ci hanno insegnato, è nata senza peccato originale, perché Dio l'ha preservata da ogni macchia in vista della nascita di suo figlio.

Io allora pensavo: bella forza! Tutti sono capaci ad essere santi se sono stati fin dalla nascita chiamati ad essere quello!

La lettura scelta dalla liturgia odierna sembra andare nella stessa direzione:

Fratelli, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno.

Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati.  (Rm 8,28-30)

Alla luce di queste premesse la figura di Maria mi sembrava evidenziare, per contrasto, l'esclusione di tutti gli esseri umani, limitati e peccatori!

Poi ho scoperto come lo stesso San Paolo chiarisce il senso della predestinazione affermando:
3Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, 4il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità. 5Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, 6che ha dato se stesso in riscatto per tutti.  (1Tm 2,3-6)
Quindi l'unica predestinazione che esiste per tutti è quella alla salvezza e alla conoscenza.

Maria, perciò, non ha avuto un destino migliore del nostro, ha solo realizzato totalmente la sua chiamata ad una vita piena di amore consapevole.  
Questo, però, possiamo dirlo solo ora, perché sappiamo che è andata così. Ma quando avvennero i fatti narrati nei Vangeli nulla era scontato, Maria avrebbe potuto scegliere una strada diversa!

E non è forse così anche nella nostra vita?
Dovremmo solo essere più consapevoli della volontà che Dio ha per tutti noi: salvezza e conoscenza. 
Con parole più moderne potremmo dire: una vita pienamente realizzata, attraverso l'amore e la consapevolezza.

Buon compleanno Maria!
Buon compleanno a tutti noi!

domenica 4 settembre 2011

Le emozioni in preghiera





La musica e il canto: un modo emozionante di lodare Dio.

Perché non bastano testa e volontà...

martedì 30 agosto 2011

Una questione di scelte



"Ognuno di noi più o meno consapevolmente, è autore, scrittore del libro della propria vita, dalla nascita fino all'ultimo respiro. Giorno dopo giorno, le parole di questo libro si riempiono delle nostre storie: azione buone e meno buone, sentimenti diversi, incontri, scontri... quante parole. Se con l'immaginazione scorro le pagine dove c'è il mio passato, scopro che saper scrivere bene il proprio libro non è una questione né di cultura, né di sapienza o furbizia, ma è una questione d'amore, di disponibilità."

Queste parole sono l'ultima pagina del diario di un sant'uomo vissuto nel novecento: Vittorino Faccia (1917-1997).

Di questo brano vorrei sottolineare la riflessione sulla possibilità per l' uomo di essere fautore del proprio destino (faber fortunae suae), almeno in una certa misura. Di fronte agli eventi della vita l'uomo, come essere libero, ha sempre una possibilità di scegliere, e nella scelta Vittorino ci consiglia di optare per l'amore e la disponibilità.

Sembrerebbe quasi un'ovvietà ma non è proprio così.

Quante volte nella vita ci sentiamo costretti in un vicolo cieco verso delle scelte che non condividiamo, ma rispetto alle quali non sappiamo immaginare un'alternativa!
Quante volte sulla nostra voglia di condivisione prevale la paura o lo spirito di difesa!

L'amore è aprire la porta a situazioni e persone che potranno anche ferirci, ma Vittorino ci insegna che vale comunque la pena di correre il rischio. Degno discepolo di Gesù il quale, guardando la natura, ha visto il destino di chi ama riassunto in quello del seme che cadendo in terra muore, e proprio morendo porta molto frutto.

In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. (Gv 12,24)






martedì 2 agosto 2011

Quanto valgono 25 vite?


Di ieri la notizia di 25 ragazzi sotto i trent'anni morti per asfissia dentro una stiva di due metri per tre dove erano stati stipati dai contrabbandieri di vite durante un ennesimo viaggio della speranza verso le coste dell'occidente.

Il Mediterraneo, ormai, come uno sterminato cimitero...

Nei giorni scorsi ho avuto la fortuna di leggere “Nel mare ci sono i coccodrilli” Storia vera di Enaiatollah Akbari, un ragazzo afgano di vent'anni che da quando ne aveva 10, come un novello Ulisse, ha viaggiato verso il sogno di una nuova casa, un luogo dove potersi fermare a vivere con dignità e serenità.

Grazie a questo libro, tutti i ragazzi e le ragazze che arrivano da noi hanno assunto un volto e una storia.
E' importante sapere le storie delle persone, perché se conosci le storie non puoi più rimanere indifferente.

Quanto valgono 25 vite? Nel flusso veloce degli eventi che ci investe tutti i giorni, rischiano di non valere nulla. Ed il pericolo più grave per noi è una stanchezza che genera inconsapevolezza.

Oggi Gesù ci avverte che non è ciò che entra nell'uomo a contaminarlo ma quello che esce da lui, e nella lunga lista di peccati che possono uscire dal cuore dell'uomo l'ultimo che cita Gesù è la stoltezza (Mc 7,22).

La stoltezza! Usando una parola più contemporanea potremmo tradurla come inconsapevolezza, non saper distinguere il bene dal male, vivere tutto come un sogno che ci scivola addosso senza toccarci.

La consapevolezza richiede delle energie che la maggioranza di noi non sa o non vuole trovare in sé.

La stoltezza, però ci ricorda Gesù, è un peccato, forse il più grande: quello di vivere una vita sempre un passo indietro per non soffrire, senza giocarla fino in fondo, senza lasciarci interpellare dalle storie di chi incontriamo, scivolando inevitabilmente ed inconsapevolmente verso l'indifferenza.

Peccato! Un vero peccato!

lunedì 18 luglio 2011

Gioire per i piccoli

25 In quel tempo Gesù prese a dire: «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. 26 Sì, Padre, perché così ti è piaciuto. 27 Ogni cosa mi è stata data in mano dal Padre mio; e nessuno conosce il Figlio, se non il Padre; e nessuno conosce il Padre, se non il Figlio, e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo.
28 Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. 29 Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre; 30 poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero». 
Matteo 11, 25-30  


In queste calde giornate di luglio la Chiesa propone all'ascolto e alla meditazione dei fedeli questo brano del vangelo di Matteo.  

Ieri mattina guardavo mia figlia più piccola che faceva la sua colazione bevendo con gusto il biberon di latte, e inframmezzando alla pappa dei semplici giochi che consistevano nel passarsi tra le mani delle matite colorate. 

Viveva il momento con una concentrazione da far intenerire! 

Ho ripensato, allora, alla esultanza di Gesù nel constatare la predilezione del Padre per i piccoli della terra, in tutte le loro accezioni.

Di come, invece, siamo mediamente così impegnati a considerarci e a farci considerare sapienti ed intelligenti!

I versetti 28-30 sono una chiave interpretativa della lode di Gesù narrata nei versetti 25-27: l'unico giogo, l'unica croce che il Signore ci chiede veramente di prendere sopra di noi è quella di imitarlo nella mansuetudine e nell'umiltà di cuore.

Non è facile l'umiltà e la mansuetudine, specie quando riteniamo di dover far valere una nostra ragione, ma quante volte la “nostra ragione” nasconde il nostro orgoglio?

Come diceva Vasco Rossi in una sua vecchia canzone, l'orgoglio ne rovina più del petrolio!

Quando accettiamo di lasciarlo scivolare via dalle situazioni che viviamo e più in generale dalle nostre vite, troviamo finalmente riposo per le nostre anime.

Buona estate!

domenica 5 giugno 2011

Spirito Santo, Santo Spiro


Due minuti per raccontare lo Spirito Santo, o almeno per farlo intuire attraverso immagini suggestive.
Lo Spirito Santo è il Respiro di Dio, il Vivente, l'Amore del Padre per il Figlio che contiene tutti gli amori dell'universo.
La contemplazione della SS. Trinità ci fa percepire che non vi è amore che andrà sprecato.
Alla fine, dopo e oltre la morte, l'unico a rimanere sarà l'amore. 
Ecco perché lo Spirito Santo, il Dito di Dio, è stato protagonista nella Risurrezione del Signore Gesù, perché solo l'amore è più forte della morte, la attraversa da dentro e va oltre essa verso una vita abbondante e senza tramonto.
:-)
Piccola riflessione nella novena che precede la festa di Pentecoste.

venerdì 27 maggio 2011

La saggezza dell'anziano


Abba, dimmi una parola!

Con questa frase iniziano molti dei detti dei padri del deserto, racconti nei quali è raccolta la spiritualità dei primi monaci cristiani che vivevano, appunto, ritirati nel deserto.

Le persone, i giovani del tempo andavano a cercare questi monaci per avere da loro una parola di saggezza, un confronto sulle questioni della vita alla luce della parola di Dio.

E’ da qualche tempo che rimango tristemente colpita da come non esista più la figura dell’abba, dell’anziano che sa orientare il giovane verso i veri valori e il gusto della vita.

I nostri anziani sono spesso più sbandati dei giovani. Non è una critica ma una constatazione.

Confusi, disorientati, a volte stanchi e demotivati, si lasciano trascinare dall’emotività somigliando ad adolescenti invecchiati che rivendicano il loro spicchio di spensieratezza.

Forse ha ragione un amico il quale afferma che, al di là dello stereotipo dell’anziano saggio, in realtà si invecchia come si è vissuto.

Quanto dispiacere, però, non riuscire a trovare un anziano (ammesso che voglia essere definito tale) al quale rivolgere questa domanda:

Abba, dimmi una parola!


mercoledì 25 maggio 2011

L'albero e i suoi frutti

Rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato (Gv 14,23-24)

Questa mattina nel riflettere sul vangelo mi sono imbattuta in questa frase.
Ricca per molti aspetti (pensa solo all'immagine di un Dio che prende dimora presso di te!) quello che mi ha impressionato, però, è stata la seguente constatazione di Gesù, così difficile da cogliere proprio perché semplicemente disarmante:
Se uno mi ama osserverà la mia parola... chi non mi ama, non osserva le mie parole.

Ho provato ad invertire le parti di cui si compongono le due frasi ed è risultato questo:
se uno osserva la mia parola mi ama... chi non osserva le mie parole non mi ama.

Mi è tornata alla mente, allora, l'immagine evangelica dell'albero che si riconosce dai frutti.


In un tempo come il nostro in cui siamo così bersagliati da persone dalla presenza tronfia ed ammaliante, in cui è difficile distinguere ciò che falso da ciò che è autentico, perché il falso riesce ad essere più convincente del vero, è fondamentale rifarsi alla sana regola evangelica di guardare i frutti dell'albero.

Gesù, Sapienza di Dio, sa aprire varchi di comprensione anche nelle foreste più intricate della nostra complessità.

15Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! 16Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? 17Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; 18un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. (Mt 7,15-18)

lunedì 2 maggio 2011

Evoluzione di un desiderio


In queste settimane mi è più volte venuto un pensiero: avere a disposizione due ore tranquille, un bel giardino, una panchina, e soprattutto un’amica con cui parlare di cose che facciano bene all’anima.

Più volte mi è tornato questo desiderio, ma i miei impegni, il poco tempo delle amiche…

Qualche giorno fa, mi è venuta un’intuizione: andare in chiesa e stare in tranquillità di fronte al tabernacolo. Lì c’è Gesù Eucaristia. Come amico con cui parlare di cose che facciano bene all’anima non è male!

Stamattina sono entrata nella chiesa del mio paese e mi sono seduta un po’ in disparte.
E’ appena iniziato il mese di maggio, il mese della Madonna, a me carissimo anche perché è il mese durante il quale sono nate le mie bimbe, ed era mia intenzione dire una decina di rosario.
In chiesa, oltre a me, c’era solo una signora di mezza età.

Ad un certo punto si è alzata per andare ad accendere una candela e quando mi è passata di fronte ci siamo scambiate lei un saluto, io un sorriso.
Ho sentito che pronunciava male le parole: una paresi? Forse un ictus?

Accesa la candela ha iniziato un canto disarticolato, ma nello stesso tempo struggente perché esprimeva attraverso quei suoni sconnessi tutta la sua sofferenza.
Lo stesso canto ha ripetuto davanti alla foto di Papa Giovanni Paolo II, novello Beato, e alla statua della Madonna.
Poi, invece di tornare nel suo banco, mi si è avvicinata e, notando un braccialetto a rosario che indossavo, mi ha chiesto se pregavo.
Le ho detto che stavo dicendo il rosario e le ho chiesto il nome.
Maria Rosa e tu?

Gliel'ho ripetuto almeno 5 volte, ma non mi capiva perché, mi ha detto, sentiva solo rumori che la facevano tanto soffrire.
Ho preso il braccialetto, che mi era stato regalato da un’amica suora cinese, e gliel'ho dato.
Non voleva accettarlo ma, le ho detto, l’avrebbe usato senz’altro bene perché capivo che era donna di preghiera.
Questo sì! E’ il mio culto! E poi guardando la foto di Beato Giovanni Paolo II: i suoi cardinali volevano farlo dimettere perché era malato, ma lui no! Finché il Signore vorrà! e capivo che in filigrana c’era anche la sua storia di malattia, in qualche modo riscattata da quella scelta.

Ora devo andare, a casa mi aspettano, le ho detto alla fine.
Lei, salutandomi, mi ha lasciata andare non senza avermi prima fatto scrivere su un foglietto il mio nome, che non era riuscita a capire.

Uscita di chiesa ho ripensato alla preghiera di S. Francesco e l’ho adattata al mio desiderio:
quando ho voglia di essere ascoltata, Signore dammi qualcuno da ascoltare.
Ho pensato a quanto è “rompiscatole” il nostro Dio che non ci lascia mai nel guscio nei nostri desideri, intesi come desideri rivolti a noi, e ci chiama sempre ad andare al di là, a guardare negli occhi il fratello o la sorella che ci capitano accanto.

Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te.
E se fosse questa la ricetta della vera felicità?
C’è solo un modo per scoprirlo.

sabato 23 aprile 2011

Sabato santo: tra croce e tomba vuota

Il Sabato Santo è per eccellenza il giorno dell'attesa.
Lo spazio tra la croce e la tomba vuota, tra la morte e la vita piena!

Mi hanno profondamente colpita due immagini di questi giorni.
La prima, è il volto bendato ed insanguinato di Vittorio Arrigoni, il volontario italiano ucciso a Gaza.
La seconda è l'altare della mia chiesa spoglio di ogni ornamento durante il Venerdì Santo, con al centro solo il Crocifisso e un drappo rosso.

La prima immagine mi ha richiamato alla memoria la scena di Gesù nel Pretorio, coronato di spine, bendato e schiaffeggiato. Ho pensato a quanti, per tentare di rendere realtà il sogno di un mondo più giusto e solidale, subiscono ingiustizie e violenze. Gesù stesso è stato vittima della violenze di chi lo riteneva un intralcio ed un pericolo per i propri interessi ed obiettivi.
La seconda immagine mi ha fatto sentire la voragine che si sperimenta quanto il bene, coi suoi strumenti pacifici, soccombe al male e alla violenza.
Sembra che il bene seminato sia stato vano e che tutto sia perduto.

A cosa è servito l'impegno di Vittorio se, come sembra, alcuni tra quelli che lui aiutava lo hanno ucciso?
A cosa è servito predicare la buona novella, sanare i malati, se poi Gesù è stato rifiutato proprio dai suoi?

Eppure, in una maniera paradossale e scandalosa si ripete anche nelle nostre vite il mistero pasquale di morte e risurrezione che ha sperimentato Gesù!

La solidarietà e l'amore di Vittorio per un popolo sofferente sono stati amplificati dalla sua morte, e anche dalla testimonianza piena di dignità della sua mamma. Esperienza pasquale di un amore che non si ferma di fronte alla morte ma che, anzi, si espande non più trattenuto dal limite umano.

Di questa Pasqua voglio ricordare questa riflessione: una vita vissuta per amore, donata agli altri, è una vita eterna perché sa superare i limiti umani compreso quello estremo della morte.

Buona Pasqua a tutti!

venerdì 18 marzo 2011

Che fine ha fatto il giardino dell'Eden?

Vedendo le immagini che arrivano in questi giorni dal Giappone, ho ripensato al versetto 15 del capitolo 2 del libro di Genesi:
Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.
Per la Parola di Dio l'umanità ha, verso la creazione, questi due compiti: coltivarla per renderla sempre più bella e armoniosa, e custodirla per consegnarla come dono prezioso alle generazioni future.


Anche un'altra riflessione mi è venuta sentendo le affermazioni di chi, pur di fronte all'immane tragedia che si sta verificando, insiste ancora a parlare di nucleare come scelta ragionevole.

Sempre nel libro di Genesi nei capitoli 37 e seguenti è narrata la storia di Giuseppe l'ebreo che, venduto come schiavo dai fratelli, dopo varie vicissitudini arriva al cospetto di Faraone per interpretarne i sogni delle sette vacche e delle sette spighe (Gen 41).

Giuseppe preannuncia a Faraone la carestia in Egitto.

Faraone non si lascia condizionare dal pregiudizio verso Giuseppe, schiavo e carcerato, né dalla presunzione di pensare impossibile una carestia in Egitto, paese della fertilità.

Faraone, responsabile verso il suo popolo, ascolta i consigli di Giuseppe evitando così la fame e la morte alla sua gente.

Di fronte alle immagini della centrale nucleare di Fukushima ho ripensato a quante volte scienziati, ambientalisti, persone di buona volontà hanno gridato ai faraoni di oggi il rischio tremendo a cui scelte sbagliate esponevano la terra e il futuro delle nuove generazioni. A come spesso questi novelli Giuseppe sono stati derisi e considerati portatori di inutili allarmismi.

L'ostinazione dei potenti di oggi fa chiudere loro gli occhi anche davanti alla constatazione del disastro.
Faraone, che era considerato un dio, si è lasciato convincere da un carcerato prima di vedere la carestia... lui!

venerdì 25 febbraio 2011

Commento al Vangelo del 27 febbraio 2011 (Mt 6:24-34) a cura di Padre Alberto Maggi

Ascoltate il commento al Vangelo domenicale di Padre Alberto Maggi, un esegeta "di razza"!

Commento al vangelo del 27 febbraio 2011 a cura di Paolo Curtaz

Ascoltate il video commento del Vangelo domenicale a cura di Paolo Curtaz, un innamorato della Parola di Dio!


giovedì 24 febbraio 2011

Amore: l'unica materia d'esame!

Se anche lo ignoriamo, uno dei desideri più intimi del nostro essere è quello di amare. Senza amore, la nostra vita troverebbe un senso?
Che Dio mi ama è una realtà talvolta poco accessibile, ma viene il giorno di una scoperta: se mi lascio raggiungere dal suo amore, la mia vita si apre agli altri.
Queste parole sono state scritte da Frère Roger di Taizé, fondatore di dell'omonima comunità monastica ecumenica che si trova vicino a Cluny, nel sud della Francia.

Durante i miei vent'anni ho avuto la fortuna di vivere alcune settimane a Taizé respirando la bellezza di un messaggio evangelico trasmesso in un modo semplicissimo ed essenziale ma, proprio per questo, potente!

Queste sue parole mi hanno fatto ripensare agli ultimi capitoli del Vangelo di Matteo dove Gesù tratteggia la scena del giudizio finale, quando ognuno renderà conto della propria vita (Mt 25, 31-46).

In questo brano, quello che "frega" sia i buoni che i cattivi è l'inconsapevolezza su cosa significhi amare.

I malvagi, infatti, rispondono: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?»

Ma anche i giusti rispondono: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? 38Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? 39Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?».


Mi sembra di cogliere in questo racconto un forte invito da parte di Gesù non tanto e solo ad amare, quanto ad amare con consapevolezza.

La consapevolezza ci permette di evitare situazioni di "non amore" in cui possiamo rimanere senza rendercene conto, e ancora di gustare pienamente i momenti dove sperimentiamo amore.

In fondo siamo privilegiati! Sappiamo già la materia che uscirà al nostro eseme finale, l'unica sulla quale si deciderà della nostra promozione: l'amore !

Penso sia un ottimo criterio di orientamento nelle nostre scelte quotidiane.

L'icona della SS. Trinità di Andrej Rublëv - 3^ parte -

lunedì 21 febbraio 2011

Commento al Vangelo del 20 febbraio 2011 a cura di Paolo Curtaz





Ascoltate il video commento del Vangelo domenicale a cura di Paolo Curtaz, un innamorato della Parola di Dio!

Commento al Vangelo di domenica 20 febbraio 2011 (Mt 5:38-48) a cura di Padre Alberto Maggi



Ecco il commento del Vangelo della domenica a cura di Padre Alberto Maggi, un esegeta "di razza".

L'icona della SS. Trinità di Andrej Rublëv - 1^ parte -

L'arte come percorso di fede

Hai mai pensato che l'arte è un percorso privilegiato per riflettere sulla fede? La maggior parte delle opere d'arte hanno un soggetto religioso.
Contemplare un capolavoro ci permette di entrare nel mondo in esso rappresentato, coi suoi significati e simboli. Può essere anche un prezioso aiuto alla preghiera.
In occasione della prossima Quaresima ti offro un percorso alla scoperta di un capolavoro dell'arte della chiesa ortodossa russa: l'icona della SS. Trinità dipinta da Andrej Rublëv.

domenica 20 febbraio 2011

Che bello...

Che bello poter parlare di fede con gioia, senza quella "pensantezza" che a volte, al di là delle buone intenzioni, caratterizza gli ambienti religiosi.
Gesù quando arrivava portava una ventata di novità, di prospettive impensate. Apriva sempre varchi alla vita.
Sarei felice se questo blog potesse portare un po' di serenità e di leggerezza nella vita spirituale di chi avrà l'occasione di leggerlo, di ascoltarlo, di vederlo... Ho superato da poco i 40 anni. Sono cristiana cattolica. Da sempre amo parlare di fede con gioia e semplicità.